attila

la grande depressione

braccia sottratte all’agricoltura

Posted by vaiattila su 24 dicembre 2010

Da ragazzo dicevo sempre che mi sarebbe piaciuto “fare politica”.

Mi madre cercava di dissuadermi: Diceva: è un lavoro duro, sei sempre sotto… non hai mai un momento libero, sei sempre sotto lo sguardo della gente….”

Ma va!…rispondevo io…. è un lavoro bellissimo che puoi fare senza bisogno di una conoscenza specifica e non è per nulla stressante…

Poi, la vita, mi ha portato su tutt’altri lidi.

Ma ora, dopo le parole di Schifani, mi accordo che mia mamma aveva ragione.

Loro, il 23 dicembre alle ore 17, stavano ancora lavorando…

Se mi permette, egregia seconda carica dello Stato, penso che dovrebbe tranquillamente andare tutto intero a vaffa…..!!!!!

(impresentabile!)

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scilipoti

Posted by vaiattila su 18 dicembre 2010

quell’uomo rappresenta il meglio del panorama politico:

un esempio da seguire!

Vai, Attila!

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coerente fino al martirio

Posted by vaiattila su 10 dicembre 2010

io ci ho detto: – Signor Presidente, sono a sua completa disposizione…

Mi ha attraversato con lo sguardo e sicuramente non mi ha neanche visto…

Ho capito che sono costretto a condurre una battaglia coerente e rigorosa contro questo governo….

Però, cavolo! non meravigliatevi se sono depresso..

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la grande depressione

Posted by vaiattila su 18 novembre 2010

il mio potente centro studi economico lo aveva previsto già con largo anticipo rispetto alla concorrenza. Così solo oggi, con notevole ritardo anche il centro studi delle Confindustria, mette in discussione la possibilità di arrivare ad una crescita per il 2010 del 1%. di PIL

Io, però, privilegio di un osservatorio straordinario che è quello di vivere a pieno la crisi, nel mezzo del Veneto dei capannoni e per di più in un affanno economico personale che mi fa toccare con mano l’assenza di ogni pospettiva che attanaglia ogni piccolo imprenditore.

Sono mesi che piove quasi ogni giorno ed ogni giorno si annuncia un emergenza. Un emergenza ambientale che si sposa con un emergenza economica ma che definirei, più che produttiva, un emergenza di modello: che cavolo di modello produttivo vogliamo perseguire?

Per anni le illuminate forze intellettuali della destra e della sinistra hanno “parlato” di sviluppo legando comunque questo “sviluppo” all’idea che dovessimo puntare su una produzione tecnologicamente più avanzata, abbandonando progressivamente l’attività manifatturiera di piccolo cabotaggio. E’ inutile che ti metti a fare concorrenza ai cinesi producendo magliette di cotone… fai cose ad alto contenuto tecnologico o ad alto valore aggiunto puntando sugli elementi forti della nostra economia, l’alto valore tecnologico e l’alto valore estetico.

Come se Cina e India non fosse in grado di “competere” sul piano dell tecnologia… mi pare di capire che così non sia, anzi. E attenzione: anche nel mercato dell’arte cina ed india stanno sempre di più pesando. Non è secondario. Noi italiani siamo assenti dal mercato internazionale ormai dai tempi della transavanguardia…..(sono trent’anni che non contiamo nulla …)  loro nel mercato internazionale, invece, ci stanno sempre di più…..

Così, ragionando astrattamente, nessuno che abbia focalizzato l’attenzione, la vera attenzione, su quella che è la grande arretratezza italiana che si chiama “pubblica amministrazione”. E’ vero, ogni tanto Confindustria si rammenta di questo bubbone e lo sciorina nel convegni e nelle feste di rappresentanza , ma sembra quasi un tentativo di “cercare scuse” per la impossibilità di uscita o semplicemente per frenare la particolare crisi italiana... Per due anni il nostro governo ci ha raccontato la fiaba della Germania che soffriva quanto e più di noi… ora che la Germania traina una crescita europea dalla quale siamo tragicamente esclusi, abbiamo perso il riferimento.

Ma dove era la Confindustria e dove era veramente l’opposizione, quando si parlava di “riforma” della Pubblica amministrazione?

Se si fanno a vedere le proiezioni di Repubblica si vedeva il ministro più amato dagli italiani schizzare al massimo del gradimento… e si vedeva lui, l’intellettuale, l’economista, il decisionista, il tagliatore di teste, il giustiziere, il castigatore dell’assenteismo, il riformatore, il rivoluzionario portare avanti una splendida riforma della pubblica amministrazione che nel giro di pochi mesi metteva l’Italia in grado di “competere” .. anzi di essere all’avanguardia di una riforma, anche tecnologica, a costo zero.

Così si rispolveravano tutte le grandi innovazioni dallo sportello unico, alla digitalizzazione della PA, al  telelavoro, alla firma informatica, alla mail certificata… tutta roba che si ritrova già regolata da leggi del 2000 e precedenti, allora disattese ed oggi rilanciate come novità assolute….

MA siamo ancora là. Fermi ad enunciare riforme che non saranno mai applicate ma se dovessero essere applicate, mostrerebbero tutta la loro strutturale debolezza, perchè sono operazioni che non vanno mai al nocciolo della questione. Non colgono, cioè l’essenza di un apparato statale del tutto inadeguato,

E’ una inadeguatezza che risale, probabilmente, al dopoguerra, ma che è stata nutrita dagli anni della Milano da bere, dal tangentismo, dalla interferenza continua tra politica, clientelismo e affarismo…E questo andava bene ad una parte molto aggressiva della borghesia italiana costituita da banchieri e costruttori siano essi stati Berlusconi (edilnord) o Agrnelli (impregilo), Ligresti o Caltagirone. E cito solo questi, ma è evidente come, solo ad evocare questo nomi, si evochi un incrocio tra imprenditoria e politica che non poteva che trarre beneficio dalla inefficienza della pubblica amministrazione. E questo solo per rappresentare un qualcosa di evidente a chi ha seguito anche distrattamente la politica italiana dagli anni settanta ad oggi. Ma ogni comune, dal più grande al più piccolo, ha avuto il suo intreccio affaristico…. è stato ed è l’unico modo di avere lavoro. Anche adesso che non c’è più trippa.

Non ho dubbi nell’affermare che chi, politico o pubblico funzionario, abbia tentato di lavorare correttamente dentro questo meccanismo, sia stato alla fine o emarginato o integrato nel sistema per getto della spugna. Sicuramente chi lavora secondo correttezza e senza venire a compromessi col nemico, viene, in un modo o nell’altro, espulso da sistema amministrativo perchè rappresenta una minaccia  ed un ostacolo alla macchina dello stato.

Non è solo il racconto di tangentopoli. E’ anche quello della protezione civile e di tante altre piccole e grandi attività di cricche  consorterie,  lobby,  cosche, gruppi di amici, compagni di merenda e dove non sai più chi sia causa e chi sia effetto di questo sistema. Come sintetizzava meravigliosamente bene Bossi “è tutto un magna manga” e nulla ha fatto, lui, per restarne fuori… anzi!

Ma in tutti questi anni non si è creato un vero movimento di riforma delle istituzioni, perchè è sempre mancata da noi una “visione” strategica della nostra società. E d’altra parte ad una società così corrotta e così incline a spogliare la funzione pubblica che cosa interessava creare una visione strategica? un idea di società che uscisse dalle generiche affermazioni di “giustizia sociale” (proclamata indistintamente da tutti e perfino implicita nel sogno berlusconiano di “più di tutto per tutti”).

Nemmeno la sinistra che almeno questo sforzo sotto Berlinguer lo aveva in qualche modo tentato, ha prodotto alcunchè: Che cosa si cela dietro lo “sviluppo” richiesto da Bersani? quale sviluppo, quale economia, quale Stato? Ed è solo un problema di “buona amministrazione”?

ne dubito.

Il fatto è che siamo entrati in una grande depressione. Peggio di quella fatidica degli anni trenta, aggravata dalla nostra “pesantezza” italica, e da questo scempio ambientale che ci ritroviamo proprio per effetto di quella rapina del territorio che il connubio affari e politica ha ampiamente contribuito a costruire.

E possiamo chiedere a questa classe politica ed imprenditoriale di tirarci fuori da questa depressione?

Sperarlo è solo follia: qualcos’altro deve necessariamente succedere e non è detto che questo vada nella direzione che sarebbe lecito augurarsi…

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La riforma Brunetta – capitolo secondo

Posted by vaiattila su 8 ottobre 2010

conoscere la pubblica amministrazione

Appena assunto l’incarico di Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione il professor Renato Brunetta comincia a martellare gli organi di informazione con la sua campagna contro i fannulloni riscuotendo simpatie ed ampi consensi da ogni parte, compresa l’opposizione che si limita a storcere il naso solo rispetto agli atteggiamenti un po’ sopra le righe talvolta ostentati dal Ministro.

Il Governo Berlusconi prende l’avvio l’8 maggio 2008. Il 25 giugno 2008, a tempo di record, viene emanato il decreto legge 112: “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Dentro questo decreto legge ci stanno pure le prime norme contro i fannulloni della pubblica amministrazione.

Già a luglio, quindi trascorso neanche un mese, il ministro Brunetta può dichiarare in una intervista al Secolo XIX che l’assenteismo nella pubblica amministrazione è calato a luglio del 30%. A questo annuncio resto letteralmente basito. Come è possibile che in soli tre giorni la pubblica amministrazione abbia già raccolto un dato tanto complesso?

Chiunque abbia una conoscenza anche sommaria di quanto vasta sia l’articolazione della pubblica amministrazione non può che chiedersi su quali elementi il ministro poggi le proprie statistiche.

Se lo Chiede anche Giulio Zanella sul blog Noise From Amerika.org. Ma all’inizio della vicenda l’unico detentore del dato resta solo e sempre lui: il Ministro.

Mi immagino che l’indagine sia a campione e che il campione dovrebbe prendere in considerazione, per esempio un ministero, almeno un grande comune del nord, e uno del sud, almeno una decina di comuni medi sparsi per l’Italia e qualche altro ente, una Regione…Si fa presto a dire. Per chi non ha idea di cosa sia una pubblica amministrazione…

Quando fui costretto a fare il fannullone per la prima volta, perchè, come ho già detto, mi ritrovai a finire il lavoro troppo in fretta per i ritmi ordinari del mio comune, detti la mia disponibilità al sindacato aziendale di andare a consegnare nel vari posto di lavoro le comunicazioni sindacali fatte rigorosamente con il ciclostile..

Erano gli anni settanta e non esistevano mail o fax. Le consegne dei volantini, i comunicati di sciopero (quanti scioperi in quelli anni!) e quant’altro, erano fatti rigorosamente a mano.

Come una decina di altri miei colleghi , venivo messo in permesso sindacale per tutta la giornata, mi veniva dato un pacco di volantini e una lista ciclostilata di indirizzi…. di un solo quartiere. Il mio incarico, in quel giorno, consisteva di recarmi nei diversi uffici decentrati . Uno non se lo immagina nemmeno. Pensa al Comune e di solito lo individua in un edificio centrale della propria città. Municipio. Io lavoravo, appunto nella sede centrale, e avevo la percezione dell’esistenza di altre tre o quattro sedi decentrate… Ricordo che l’Urbanistica stava da una parte, e la pubblica istruzione in un altra ..

Invece erano pagine e pagine di indirizzi: la farmacia comunale di via tal dei tali, la scuola materna di questo, la biblioteca pubblica di quell’altro, la sezione decentrata del vigili motorizzati, la sezione decentrata dell’anagrafe, l’ufficio decentrato del mercato, quello della pesa pubblica, quello dei bagni pubblici… Per non parlare dei vari depositi e dei servizi dell’economato: il magazzino dell’illuminazione pubblica, quello del pronto intervento stradale, quello dell’archivio dell’Edilizia Privata…di chi più ne ha più ne metta.

Certo, negli anni settanta non esisteva l’informatica. Oggi il sistema di rilevamento delle presenze sul luogo di lavoro è molto cambiato. Esistono i badges. Uno arriva, accosta la sua tesserina al rilevatore ed è fatta… l’ufficio personale è in grado di sapere in tempo reale chi c’è in servizio quel giorno… per tutto l’ente. No, per quasi tutto l’ente, diciamo per un 95% dei nostri servizi, perchè chi non ha fatto il galoppino del sindacato negli anni settanta, non sa quanto sia “articolato” il proprio comune. Siccome fare una linea dedicata per mettere un rilevatore di presenze in tutti gli uffici del comune costa troppo (così almeno dicono, ma probabilmente oggi con pochi soldi si riesce a fare un ottimo sistema di rilevamento ) ci si affida ancora al buon vecchio telefono.

Immagino che la richiesta del ministro sia stata perentoria. Tu comune di …. devi darmi entro le ore 12 del giorno 1 agosto tutti i dati sulle presenze ed assenze del mese di luglio…. Panico. Il primo di agosto?! Con metà del personale in ferie! Gran parte dei dati li abbiamo di sistema, ma mancano i dati delle sezioni della polizia municipale, e quelli del sistema bibliotecario e quelli dell’ufficio verde pubblico (sette dipendenti) e quello dell’ufficio statistica (otto dipendenti compresi tre addetti al rilevamento dati ).

Telefonata alle nove di mattina al comando Polizia Comunale… vogliamo i dati delle presenze di tutte le sezioni.. Ma adesso non è possibile… sono tutti fuori… Come non è possibile?! Passami il comandante! Presto, reperire subito i vari capi sezione… parte un emergenza… subito tutti i dati, subito! E dall’altra parte, ma chi tiene le presenze del personale della sezione è in ferie, è in malattia, è in permesso per maternità… no, no! I dati e subito… emergenza!

E dal ministero telefonano concitati… a loro mancano un casino di dati e qualcuno del Ministero della Pubblica Amministrazione e Innovazione comincia a sclerare, sono le dodici del primo agosto e i dati non ci sono ancora…

Io forse esagero e non prendo nemmeno in considerazione l’idea che da qualche parte qualcuno prenda un foglio excel e con molta professionalità si disimpegni con maestria… quale è il problema? Riduzione delle assenze per malattia? Ecco qua, Fatto!

Macchè, sono io che vaneggio, confuso dalla piccola realtà che conosco e non posso nemmeno immaginare i potenti mezzi di un Ministro che riesce ad avere in tempo reale i dati delle presenze della pubblica amministrazione. Venerdì trentuno luglio gli assenti di tutta la pubblica amministrazione in Italia sono tot, quindi la media di assenteismo del mesi di luglio è del trenta per cento meno del mese precedente. Poiché il primo agosto cade di sabato e poi, stando alle statistiche del ministero, il due agosto è domenica, va da sé che l’annuncio del grande trionfo della politica di riduzione dell’assenteismo può essere data alle stampe lunedì tre agosto 2008. Abbiamo ridotto l’assenteismo del 30%!

Un vero trionfo!

E’ evidente che non sono informato sui fatti e soprattutto ho una visione distorta e settoriale della questione.

Me lo conferma in modo palese l’uscita della “indagine pilota – monitoraggio delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici – seconda puntata -.periodo maggio/luglio 2007 – maggio/luglio 2008” pubblicata sul sito del ministero per la Pubblica Amministrazione in data non specificata ma che a pagina 5 dello stesso dichiara che “al momento della chiusura della rilevazione (ore 20,00 del 6/8/2008) le assenze per malattia registrate nel luglio 2008 si sono ridotte del 37,1% rispetto a quelle del 2007”

Il ministro aveva già previsto tutto.

In realtà tutto il sistema di rilevazione dei dati, almeno all’inizio, sembra abbastanza casereccio. E’ un campione causale. Alla prima puntata dell’indagine pilota, relativa al confronto giugno 2007 giugno 2008, partecipano 27 amministrazioni, alla seconda puntata le amministrazioni partecipanti salgono a 70. Poi subentra l’Istat che dà una sistematicità al metodo di rilevamento che assume un tono più serio, ma fatalmente meno interessante dal mio punto di vista, perchè i dati che ci dà l’Istat sono aggregati e “raccontano” un po’ meno della realtà.

Io non metto in dubbio il dato sulla diminuzione delle assenze, Mi sembra francamente poco interessante. Se all’improvviso si riducesse tutto l’assenteismo della pubblica amministrazione a zero, sono convinto che la produttività non cambierebbe di un etto. Cioè mi sento di smentire nella sostanza l’affermazione del ministero che esplicitamente afferma a pagina sei dell’indagine pilota che

l’aumento delle presenze dei dipendenti negli uffici pubblici (la stima è di oltre 25.000 persone in più) comporta più servizi e più qualità delle prestazioni offerte: meno code, maggiore reperibilità, minori chiusure per carenze di personale ecc…”

Ecco che ricompare la visione , per nulla confortata dalla realtà , che afferma meno assenteismo più produttività.

L’indagine casereccia del Ministro, invece, è molto interessante per un altro aspetto: nell’indagine pilota parte seconda sono riportate delle schede che alla riga H ed I riportano i provvedimenti disciplinari avviati e quelli conclusi nel periodo di riferimento dell’indagine.

Mi sono permesso di cimentarmi nell’arte statistica e scoprire così che solo il 42% delle amministrazioni pubbliche ha fatto anche solo una minima attività di repressione del fenomeno dell’assenteismo.

Ma il dato peggiore si riferisce a quello che accadeva prima che il ministro Brunetta iniziasse la sua crociata. Le 70 amministrazioni oggetto dell’indagine pilota occupano complessivamente 205.914 dipendenti. Nel mese di maggio 2007 le giornate di assenza complessive sono state 235.6423 con una media di assenze per malattia pari a 1,14.

LE amministrazioni che hanno intrapreso in quel periodo una attività di repressione dell’assenteismo sono state solo il 14%. Sono stati avviati in totale 163 procedimenti disciplinari e 108 si sono conclusi con una sanzione…

Una sanzione? Forse secondo qualcuno ci vorrebbe il licenziamento… siamo un popolo di giuslavoristi e di giustizialisti, Subito pronti a recriminare e richiedere leggi più severe e poi del tutto inattendibili quando si tratta di applicare la legge. E’ compito forse di un ministro attivare i meccanismi di repressione? Sul dipendente comunale un ministro non ha alcun potere di repressione… è, tecnicamente incompetente, in quanto non spetta alla sua carica, alle sue attribuzioni, procedere alla repressione di un fatto come l’assenteismo. Chi è proposto alla repressione dell’assenteismo è la dirigenza. Se esiste qualcuno cui è direttamente imputabile l’omissione di un obbligo è il dirigente che non si è attivato per controllare e reprimere un fenomeno che va sicuramente posto sotto attento controllo. Eppure l’unica cosa concreta, sicura, prevista dalla legge, nessuno la contesta o la mette in pratica.

E’ un problema di strumenti, è un problema di costi, è un problema di organizzazione, è una assenza di volontà?

Doveva essere agli inizi degli anni ottanta…Non era certo un problema di assenteismo quello che mi vide deferito alla commissione disciplinare. Mi ero rifiutato di firmare la presenza al lavoro per un motivo di orgoglio… Al mio dirigente avevo opposto una disobbedienza palese ed ostentata e non volevo sottostare alle sue disposizioni… – Ti metto assente ingiustificato – disse. – Sarebbe proprio il caso -risposi. Come fu o come non fu mi ritrovai in una vicenda assurda.

La commissione era presieduta da un giudice del tribunale della mia città. Oltre a lui ci stavano tre consiglieri comunali,uno di opposizione e due di governo, un rappresentante sindacale. Avevo diritto ad essere difeso da una persona scelta da me. Ci fu una parte istruttoria e una richiesta dettagliata di chiarimenti che mi fu notificata per iscritto con tanto di diritto di replica entro 15 giorni.

Ricordo vagamente le mie lunghe e puntigliose controdeduzioni. Assolutamente sfrontate. E invece che difendermi romanzai la situazione che mi aveva visto oppormi testardamente al mio capo ufficio.

Recitai, un po’ consciamente e un po’ no, la parte della vittima, dignitosa e offesa nella propria dignità dall’arroganza altrui.

Dovetti essere perfino convincente tanto che il magistrato sembrò parteggiare decisamente per me.

Finì tutto in un richiamo scritto. Una ramanzina ad essere un pochino più accondiscendente.

Devo dire che quella vicenda mi divertì non poco e mi lasciò con la voglia di alzare il tiro ed inventarmi qualcosa di più stimolante. Ma ebbi chiara la sensazione che quella commissione preferiva non capire il senso pesante e sovversivo con il quale mi opponevo al mio preposto.

Dentro questa vicenda ci lessi una costante della vita della nostra pubblica amministrazione: la situazione è grave, ma non è seria.

In realtà tutto il baraccone della commissione di disciplina mi sembrava un assurdo burocratico. Tempo e denaro che si perdeva a fronte di un comportamento (il mio) che doveva essere sanzionato nel giro di cinque minuti..

Tutto questo per dire che non è l’assenza delle norme il problema, ma la loro inapplicazione.

Durante il maggio 2007, quando ancora non si parlava di assenteismo in termini da catastrofe nazionale c’era qualcuno che avviava procedimenti disciplinari e li concludeva sanzionando i dipendenti nullafacenti. Ma circa l’86% della dirigenza italiana faceva ostinatamente finta che il problema non esistesse.

Ovviamente so che i dati con i quali io ho dedotto quanto sopra sono piuttosto aleatori. Ma sono quelli del Ministro. Sulla base di quei dati egli ha potuto proclamare al paese i propri successi. Io ci andrei un po’ più cauto.

I dati. Il nostro modo è pieno di dati, di statistiche, di numeri. Dietro il numero esiste la convinzione di qualcosa di certo, scientifico, sicuro, verificabile.

Quando mi sono incapponito a scrivere questo testo mi sono anche imposto di documentarmi, perchè quello che io conosco della pubblica amministrazione non è detto sia oggettivo. La sua articolazione è tanto complessa e la confusione di chi parla senza sapere è tale che non era proprio il caso che anch’io mi unissi al novero degli opinionisti del Bar Sport.

Dati, mi son detto, documentazione precisa. In questi giorni c’è stata una polemica tra la Banca d’Italia e il ministro Sacconi. Oggetto del contendere i dati su come calcolare il numero dei disoccupati. Il ministro dice: cara Banca D’Italia, non inventarti i dati: Esiste un istituto preposto a fornire i dati ufficiali. Si chiama ISTAT e i suoi dati sono certificati e vengono raccolti secondo una metodologia comune a tutta Europa. Bene, mi son detto, il ministro Sacconi ha ragione. Non devo inventare nulla ma solo accedere al sito dell’Istat. Là troverò tutti i dati possibili ed immaginabili.

Il ministro Brunetta spiattella dati a mitraglia. Maggio – 10, giugno meno questo, luglio meno quello, agosto meno quell’altro. Dentro di me ronza sempre una domanda… ma in termini assoluto cosa significa? Cioè: quanto sono i dipendenti pubblici in Italia, come sono distribuiti, quante assenze fanno a testa, quale è il numero delle giornate complessive perse. Questo tanto per iniziare.

Entro nel sito e cerco di orientarmi… spero di trovare una serie di dati del tipo “pubblica amministrazione”, ma resto deluso. Scorro le varie tematiche, censimento della popolazione, censimento dell’agricoltura, indicatori socio-sanitari, statistiche congiunturali. Tanto di tutto, ma le mie scarse capacità informatiche si arrendono. Vado su “cerca” e digito: pubblica amministrazione. Escono 1099 collegamenti. Raffino la ricerca. Gira, gira… sfoglio pagine su pagine… nulla che sia in grado di darmi la prima risposta alla domanda: quanti sono i dipendenti pubblici?

Sono io che non so trovare. Non ho dubbi, è così. Da qualche parte del sito, in qualche angolo buio sicuramente il dato esiste. Nella rete ci sta tutto e alla rete torno. Digito nuovamente la mia domanda su google e alla fine trovo un documento che risponde in parte alle mie attese. Secondo “l’annuario di statistiche sulle amministrazioni pubbliche – anno 2003” i pubblici dipendenti in Italia sono 3.540.496.

la pubblicazione reca la data del 17 febbraio 2007 (secondo la Ragioneria Generale delle Stato i dipendenti pubblici nel 2003 erano 3.213.521 e secondo i dati di una ricerca del ministero della Funzione pubblica erano 3.108.803). Si tratta di un estratto che l’Istituto di Statistica Nazionale ha pubblicato e che contiene alcuni dati. Nella mia ricerca, però, ho trovato anche altri dati che non starò qua a riportare e che mi fanno sospettare di una qualche approssimazione .. Un esempio semplice?

Quando io fui assunto nei primi anni settanta, l’ente comunale era molto diverso da oggi. Il numero dei dipendenti pubblici era, solo nel mio ente , di 4200 unità. Dentro ci stava pure un folto numero di operai che facevano direttamente la manutenzione delle strade, la distribuzione dell’acqua, la raccolta dei rifiuti e via dicendo… poi si svilupparono le aziende municipalizzate. A partire dagli anni 90 tutto questo si trasformo in SPA. Oggi credo che il numero dei dipendenti del mio comune sia ridotto a meno di 2000. Ma tutte le società a totale capitale pubblico cosa sono se non pubblica amministrazione con un vestitino cucito sopra a malapena per nascondere la loro vera origine?

Tutte queste società, e sono veramente tante in ogni luogo d’Italia, sono giuridicamente società di capitale e dovrebbero comportarsi come società private, ma sono anche società strumentali della pubblica amministrazione e devono a loro volta usare forme e metodi di lavoro del tutto simili a quelli della pubblica amministrazione. Così devono rispettare la normativa sugli appalti e quelle sulla trasparenza, non possono agire sul mercato come società private e di fatto non sono altro che una grande finzione. E tutti questi dipendenti dove stanno? Rientrano nelle statistiche sui pubblici dipendenti? Parrebbe proprio di no. Infatti sono escluse dai computi statistici.

Ecco come si affronta oggi uno dei temi nodali del sistema Italia! Non ci sono dati, quelli che ci sono sono parziali, e ognuno resta libero di dire e pensare quello che più gli aggrada…Riformare la pubblica amministrazione senza conoscerla pare che sia una degli sport nazionali più in voga.

Tanto per citare uno dei temi caldi che recentemente ha animato il dibattito politico: il numero dei precari nella pubblica amministrazione: Quanti sono? La ricerca dell’Itat, riferita all’anno 2003 parla di 400.646 dipendenti a tempo determinato. Secondo l’associazione difesa lavoratori invisibili i precari sono 350.000 Secondo i dati forniti dalla Ragioneria dello Stato sono circa 120 mila a tempo determinato (32 mila nella sanità e 51 mila negli enti locali), 5000 con contratti di formazione lavoro, 10 mila interinali, 35 mila lsu (lavori socialmente utili), 70 mila Co.co.co (12.500 nella sanità e 48 mila negli enti locali). Secondo Giacomo che è un mio amico precario, loro sono almeno la metà dei dipendenti pubblici.

Giacomo non lo dice a caso. Mi cita gli uffici che lui conosce e che un tempo conoscevo anch’io…All’Ambiente, mi dice, sono tutti precari tranne il dirigente, alla pubblica istruzione il rapporto tra precari e dipendenti stabili è 60 a 40, per non parlare del sistema bibliotecario che è stato dato in appalto e che oggi è gestito da una cooperativa e via, in un lungo elenco di dati e fatti che mi suona come stonato perchè mi sposta ogni mio riferimento mnemonico…Sì ma così non abbiamo alcun dato verificabile è tutto troppo aleatorio, soggettivo..

Mi aggrappo ai dati ufficiali dell ‘Istat. Non me ne frega niente se nella realtà dei fatti ci stanno un milione di dipendenti pubblici mascherati da finte società di capitali… non me ne frega nemmeno se questi dipendenti sono due o tre milioni. Per me non esistono.

Riforma della pubblica amministrazione: di cosa stiamo parlando?

Dentro la pubblica amministrazione ci stanno 640.000 dipendenti del servizio sanitario, 1.100.000 dipendenti del settore scuola, 107.000 di quello università, 11.000 magistrati, 320.000 appartenenti ai corpi di polizia, 240.000 dipendenti dei ministeri, 550.000 dipendenti da regioni, comuni e province…

Quando si parla di riforma della pubblica amministrazione di cosa si parla, dunque, della riforma della sanità, di quella della scuola o di quella dell’università? Della riforma degli enti locali o di quella dell’ordinamento giudiziario?

So che la domanda è posta male, conosco anche una possibile risposta, ma ciò non toglie che nel mondo reale, fatto di cittadini in carne ed ossa, quando si parla di riforma della pubblica amministrazione si ha una percezione globale… si pensa alle tasse e al fisco, al canone televisivo e alla sanità, al treno e alle strade, alla scuola e al comune, alle immondizie e alla sicurezza…E’ il rapporto tra il singolo cittadino e l’istituzione… E nell’istituzione ci metto l’impiegato dell’anagrafe che fa il certificato e quello che risponde alla vecchina che gli chiede come deve fare la domanda per avere l’esenzione al tichet sanitario… “signora… trova il modulo su internet…” (vista e sentita direttamente da me medesimo ), come ci metto il medico di famiglia che non viene a fare una visita domiciliare nemmeno per sbaglio…e ci metto dentro anche quanto pago per il telefono..

Tutto questo, e molto altro, a torto o a ragione, ha a che fare con il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. Ma questo tutto è fatto di una infinità di sfaccettature e di competenze molto complesse.

Quando si parla di lotta ai fannulloni, o di “rivoluzione” o di “riforma” della pubblica amministrazione, ho la percezione di una grande trovata pubblicitaria, esterna al mondo reale perchè è solo un grande abbaglio.

E alla fine dentro questo abbaglio cadiamo tutti, Anche i migliori riescono a tagliare il problema a colpi di spada, come accade a Luca Cordero di Montezemolo che da Presidente della Confindustria se ne uscì con una analisi del tutto fantasiosa, forse inconsapevole diffusore di notizie prive di fondamento, forse furbo artefice di una qualche strategia troppo fine per essere da me compresa.

Era dicembre 2007 e il presidente della Confindustria inaugura l’anno accademico dell’università privata Luiss.

Se ne esce con una analisi serrata: Azzerare le assenze diverse dalle ferie porterebbe un risparmio di circa 14,1 miliardi: 8,3 negli enti centrali e 5,9 in quelli locali”. “Tra ferie e permessi vari, un pubblico dipendente è fuori ufficio mediamente un giorno di lavoro su cinque”. E ancora: “Portare la quota di assenze totali, comprese le ferie, a livello di quelle del settore privato, sarebbe un risparmio di 11,1 miliardi”. Pari, dice il nostro, ad un punto di PIL.

Quando lessi questa affermazione rimasi molto scosso… ecco un altro che parla senza alcuna conoscenza del problema. Infatti non esiste alcuna relazione tra produttività della pubblica amministrazione e calcolo del PIL, in quanto nel calcolo del prodotti interno lordo di una nazione entrano i costi della pubblica amministrazione e non la produttività o le ore di lavoro effettivamente fatte. Non è un fatto casuale. Su questo punto l’Europa discusse molto, ma non è stato possibile trovare un qualche indicatore che fosse condiviso e che riuscisse ad indicare la “produttività” della Pubblica Amministrazione. Per questo in regolamento CE 2223/96 “sistema Europeo dei conti” prende in considerazione non le ore lavorate (come avviene per il settore manifatturiero) ma solo il costo della manodopera come emerge dagli importi a bilancio.

ll ragionamento di Montezemolo considera il lavoro del pubblico dipendente alla stregua di quello dell’operaio. Tot ore di lavoro tot prodotto fatto…

Ma questo non vale quasi mai nel rapporto con la pubblica amministrazione.

Ero a Napoli, Castel dell’Ovo. Ci sono stato alcuni giorni, in questo incredibile posto da poco recuperato ad un uso pubblico. Passavo ogni giorno e ad ore diverse davanti agli uffici dove sostavano a prendersi il fresco gli uscieri addetti alla custodia del Castello. Un numero incredibile … minimo una decina che tutto il giorno stavano là a non fare esattamente niente. E non c’era verso di fargli fare nulla…. e questo sia per il turno di mattina che per quello di pomeriggio…Almeno venti persone il cui compito era solo quello di aprire e chiudere dei cancelli. Se andiamo in giro per l’Italia troviamo un mucchio di situazioni del genere…

Ricordo il dramma di una dirigente che si ritrovò in un ufficio con tre uscieri, abbandonati là da uno strano destino. Tre persone con alle spalle gravi situazioni familiari, tutte e tre invalide e con problemi relazionali incredibili.

Dal punto di vista produttivo la loro funzione era del tutto inutile. Gestire questa situazione era soltanto un onere affidato alla dirigente che doveva cercare far convivere situazioni pesanti che sfociarono, perfino, in denunce per abusi sessuali, poi rivelatesi del tutto false, ma che comportarono anche l’incriminazione della dirigente quale connivente con questa pesante situazione. Produttività?

Licenziarli? Secondo Ichino la cosa sarebbe risolta così. Licenziarli! Dei poveri handicappati, categorie protette…. Protette in tutti i sensi, perchè alle numerose segnalazioni fatte dalla dirigente seguirono altrettante interpellanze del consigliere tal dei tali che denunciava situazioni di mobbing e accanimento nei confronti di dipendenti svantaggiati.

Un punto di PIL, Presidente Montezemolo?

Sì, quando si parla di pubblica amministrazione si parla anche di questo, che non è un fatto marginale, ma incide pesantemente sulla produttività, l’assenteismo e il clima che si respira dentro la Pubblica amministrazione.

E’ difficile conoscere il numero dei dipendenti pubblici. Ancora più difficile è conoscere come sono ripartite le loro funzioni, come sono inquadrati sotto l’aspetto funzionale. Insomma che cavolo fanno questi dipendenti pubblici?

Conosciamo, per esempio, il numero complessivo degli uscieri o dei guardia-sala che fanno parte del pubblico impiego? E i bidelli? Bene, i bidelli sono 152.000 in tutta Italia ma basta andare in qualche museo, specie del sud Italia per trovarsi di fronte ad un numero spropositato di guardia sala che accompagnano rari turisti.

Inseguo il tentativo di entrare dentro le piante organiche delle pubbliche amministrazioni. Nemmeno il ministero della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione ci racconta quante persone lavorano al suo interno. Certo, la dirigenza viene messa in piazza: chi sono, quanto guadagnano, che cosa hanno fatto. Ma non sappiamo quante persone coordinano, quanti uscieri hanno al loro servizio, quanti tecnici, quanti impiegati amministrativi.. Ma anche i Comuni sono incredibilmente restii a farci conoscere come è inquadrato il personale e quale sono le loro specifiche mansioni.

Non ho nulla in contrario a conoscere quanto guadagna il dirigente e che esperienza lavorativa ha. Però questo mi pare incida poco rispetto alla capacità dell’Amministrazione di dare risposte concrete alla cittadinanza. Dietro questa facciata di trasparenza agisce uno spirito ricattatorio che pone la dirigenza sempre sotto scacco, mentre astutamente cela le magagne e le deficienze della pubblica amministrazione. L’esca è lanciata, seguitela e vi porterà lontano dal cuore del problema, vi gratificherà dandovi in pasto un succulento tema di dibattito e forse un capro espiatorio su cui potervi sfogare (il riferimento corre ai romanzi di Pennac dove il buon Maulassen era ben pagato per svolgere la funzione di capro espiatorio).

La riforma di Brunetta parte da qua. Ci tornerò in seguito.

Mentre non è facilmente acquisibile un dato aggregato che ci racconti come è composta la pubblica amministrazione individuando quanti dipendenti sono inquadrati complessivamente ai livelli dirigenziali, quanti come semplici operai,quanto come coadiutori, o autisti, o quadri e via dicendo e considerando quanti dipendono da una amministrazione anziché da un altra, succede che la cronaca si occupi talvolta di casi estremi.

Ci arrivano notizie di ordinaria follia, dove veniamo messi a conoscenza di storture, assurdità, privilegi che danno dell’Amministrazione una immagine distorta dove è sempre più difficile comprendere che cosa stia effettivamente succedendo e sicuramente questo non aiuta a comprendere una realtà che è molto complessa.

Personalmente non amo indugiare sugli aspetti che balzano agli onori della cronaca. Troppo spesso l’utilizzo dell’evento di cronaca legato alle disfunzioni della pubblica amministrazione invece che chiarire le questioni importanti e squarciare il velo della menzogna, cerca di alimentare una sorta di qualunquismo informe che serve a pretesto della giustificazione dell’inerzia. Responsabilità e competenze si perdono in un magma informe e si arriva al generico “è tutto un magna magna” che serve anche a dare un’ ottima giustificazione alla voglia di adeguarsi … alla fine lo fanno tutti… non partecipare al banchetto equivale ad un atteggiamento che “turba” la coesione del gruppo sociale e identifica chi persegue la strada della responsabilità e della competenza come un “nemico”, uno che turba l’armonia e che con il suo atteggiamento rappresenta una minaccia.

Fatti debiti distinguo, quello che si viene a creare è una sorta di effetto “serpico” anche quando al centro della questione non è la corruzione, ma più semplicemente l’incompetenza, la piaggeria e l’inefficienza dell’azione amministrativa, l’assenteismo, il burocratismo.

E’ emblematica, sotto questo aspetto, la situazione siciliana. Il rapporto tra pubblici dipendenti e popolazione è quello più alto in assoluto: un dipendente pubblico ogni 14 cittadini. In Lombardia il rapporto è di un dipendente pubblico ogni 23 cittadini mentre la media nazionale è di uno ogni 18 cittadini.

Complessivamente un quarto della popolazione occupata siciliana dipende da una pubblica amministrazione. Gli stipendi medi dei dipendenti pubblici siciliani sono superiori a quelli di tutti gli altri dipendenti pubblici d’Italia. Non per questo la migliore amministrazione di ritrova in Sicilia, anzi!

Dovendo ipotizzare una qualche modifica della situazione siciliana, in considerazione dello sperpero consumato ai danni dell’erario pubblico, dei cattivi servizi resi alla popolazione, della crisi economica che decurta pesantemente la disponibilità finanziaria degli enti locali e della PA, parrebbe del tutto logico e indispensabile che si imboccasse la strada del rigore. Tutt’altro.

Anche il governatore Lombardo, artefice di un rilancio autonomista della Sicilia, punta la sua politica sull’incremento dei dipendenti pubblici e sulla distribuzione di nuovi privilegi. Così in un colpo solo nomina 500 dirigenti ai Beni culturali della regione portando il numero complessivo dei dirigenti del settore a 770, numero di gran lunga superiore a quello di tutto il livello apicale dell’intera regione Lombardia. (Gian Antonio Stella – Corriere della Sera 26 aprile 2009). Ma d’altra parte il numero dei dipendenti dell’Assessorato ai Beni culturali della regione Sicilia è superiore al numero di tutti i dipendenti della regione Veneto.

Ecco, se ci si addentra per questa strada non si finisce più di stupirsi e di trovare motivo di ritenere il caso siciliano e tutti quelli particolarmente critici come un qualcosa di facilmente generalizzabile. Tutto il pubblico impiego viene letto sotto una luce disfattista alimentando giudizi particolarmente duri ma spesso anche molto generici e qualunquistici.

Gli episodi particolarmente negativi possono essere letti come fenomeni forse rappresentativi per eccesso di una realtà, ma molte volte possono possono essere delle vere distorsioni o delle eccezioni.

Il numero totale dei dipendenti pubblici in Italia rispetto alla popolazione è in linea con quello del resto d’Europa, stando almeno ad uno studio del OCSE/PUMA che attribuisce all’ Italia 54 dipendenti ogni mille abitanti. Numero esattamente uguale a quello attribuito alla Germania. Mentre la Francia ha il rapporto maggiore d’Europa con 79 dipendenti ogni mille cittadini. Stiamo parlando, ovviamente di grandi numeri che prendono in considerazione quanti dipendono da un rapporto lavorativo con un ente pubblico. E quindi magistrati, esercito, sanitari, e via dicendo.

La differenza sostanziale tra Germania ed Italia sta nel fatto che l’intera massa di dipendenti pubblici incide sul PIL nella misura rispettivamente del 7% e dell’11%.

In qualche modo la chiave del debito pubblico italiano è racchiusa in questo dato. Però su questo argomento si è fatta molta confusione e molto si gioca per nascondere la realtà dei fatti.

Già ho citato l’uscita di Montezemolo rispetto all’incidenza dell’ assenteismo pubblico sul PIL, Un dato che in realtà non è assolutamente preso in considerazione nel conteggio del prodotto interno lordo.

Tra Germania ed Italia, le due nazioni europee che hanno più sviluppato il settore manifatturiero, esiste anche un dato in comune che è appunto il rapporto tra pubblici dipendenti e popolazione. Ogni mille abitanti ci stanno 54 dipendenti pubblici.

Poi però scopriamo che la massa dei dipendenti pubblici costa in Germania il 7% del Pil, mentre in Italia costa ben l’11% del Pil.

Possiamo pensare che i dipendenti tedeschi siano molto meno pagati di quelli italiani. In realtà i valori salariali pro capite non sono significativamente diversi anche se il costo di un dipendente italiano è maggiore di quello tedesco.

In uno studio congiunto Unioncamere del Veneto e Regione Veneto edito nel marzo 2008 intitolato “spesa pubblica e federalismo” si mette a confronto il rapporto tra il numero del personale italiano e quello di Spagna e Germania. Ne viene fuori un quadro interessante anche se la ricerca è scientificamente inattendibile perchè vuole a tutti i costi dimostrare in modo acritico e preconcetto l’idea che uno stato centrale come l’Italia è sicuramente più costoso e meno efficiente di uno stato federale.

La ricerca in questione si rifà ai dati istat, che però non sono mai uguali a se stessi. Poco importa: se dobbiamo dimostrare di essere approssimativi e un tantino inefficienti non possiamo che confermarlo attraverso il nostro agire concreto.

Se la ricerca dell’ OCSE dice che Italia e Germania hanno lo stesso rapporto tra popolazione e dipendenti pubblici, pari appunto a 54 dipendenti ogni 1000 abitanti, la ricerca del veneto sposta questo rapporto a vantaggio dell’Italia. Secondo Unioncamere ci stanno 62 dipendenti pubblici in Italia.

Di questi 62 dipendenti il 56% è dipendente dell’amministrazione centrale mentre il 44% dipende dagli enti territoriali decentrati (regioni, province, comuni, camere commercio ecc..)

In Germania, secondo questo rapporto, i 54 dipendenti pubblici ogni mille abitanti dipendono solo per l’11% dalla amministrazione centrale, mentre gli altri 89% dipendono dalle amministrazioni periferiche.

Lasciamo perdere la “semplicità” con la quale la ricerca sembra dirci “vedete? Per essere efficienti bisogna essere decentrati!” e guardiamo al dato puro. Secondo tale ricerca l’amministrazione centrale tedesca funziona egregiamente con 500.000 dipendenti dall’apparato centrale mentre i dipendenti dai Laender (regioni) sono circa 2.000.000, e quelli dei comuni circa 1.250.000.

Va però segnalato che tali dati li deduco io con lo spannometro. Se infatti siamo sempre inattendibili quando mettiamo nero su bianco i dati che rigurdano l’Italia perchè non dovremmo essere coerenti quando si parla dell’ estero? Ed ecco che mi sento di dubitare di quei 500.000 mila dipendenti della apparato centrale, perchè in tale numero si deve comprendere anche l’esercito. Almeno, il dato dell’amministrazione centrale italiano comprende anche gli organi di polizia (carabinieri, polizia, finanza, forestale) e quelli dell’ esercito.

Forse in Germania i corpi di polizia sono decentrati. Ma sicuramente questo non può essere possibile per l’esercito. Se i dati riportati da Wikipedia sono esatti l’esercito tedesco è composto da 382.000 dipendenti di cui 120.000 civili.

Questo ridurrebbe i dipendenti dello Stato tedesco a solo 118.000 unità. Molto poche comunque per un nazione di 80 milioni di abitanti… Ovviamente dubito che i dati utilizzati siano omogenei tra loro e la ricerca di unioncamere sembra tristemente confermare che la conoscenza della pubblica amministrazione è molto aleatoria.

Sarà difficile risolvere un problema senza conoscerlo. O, cosa forse peggiore, continuando ad affrontare il problema in modo preconcetto e strumentale.

La sensazione, io la chiamo così, ma in realtà è una certezza, è che tutto ruoti attorno ad una grande magma di dati, ipotesi, tesi preconcette, analisi falsate, ipotesi extraterrestri o fantasiose, per nascondere quella che è l’essenza della pubblica amministrazione dove il principio non è tanto e solo quanto costa (circa l’11% del PIL ai dati del 2006) ma anche quando denaro passa attraverso la pubblica amministrazione.

Ed è denaro fatto di una quantità infinita di voci, sulle quali, inevitabilmente vanno a confluire interessi, attese, speranze. Gran parte di questi interessi sono del tutto legittimi. Tralasciando i casi nei quali la gestione dei fondi pubblici entra nel campo del codice penale,cioè prende la strada dell’illecito, resta il fatto che comunque essa viene esercitata con una sorta di potere personale da parte delle persone deputate, a vario titolo, alla sua amministrazione.

In un certo qual modo una possibile chiave di lettura di questo fenomeno la fornisce, in modo del tutto inconsapevole, lo stesso ministro Brunetta agli “esordi” del suo mandato ministeriale quando delinea un idea di “piano industriale” per la pubblica amministrazione.

 

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la riforma Brunetta – capitolo primo

Posted by vaiattila su 7 settembre 2010

per chi ha tempo da perdere, pubblico il primo capitolo di un mio libro (che non sarà mai pubblicato) sulla riforma Brunetta!

Fannulloni!

Doveva essere più o meno l’ottobre del 2006. Il governo Prodi era da poco entrato in carica e all’ordine del giorno c’era il tema delle “liberalizzazioni” proposte dal ministro Bersani. Tema interessante, ambizioso, strategico… poi finito in un ripiegamento scomposto e minimalista tra scioperi dei tassinari, proteste delle coorporazioni e degli ordini professionali, scontri all’interno della maggioranza e fiera opposizione di una destra autoproclamatasi “liberista” sì, ma con parsimonia.

Ministro della Funzione pubblica e dell’innovazione era Luigi Nicolais. Sarò stato anche distratto, ma della suo opera ministeriale non conservo memoria.

La Mondadori pubblicò un libro di Pietro Ichino dal titolo “i Nullafacenti.” Il sottotitolo spiega tutto “perchè e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione”.

Non sono più un dipendente pubblico da settembre 1997, ma per quanto cerchi di disinteressarmi alla questione, sotto sotto sono ancora emotivamente coinvolto…

Acquistai il libro: soldi buttati. Mi dispiace dirlo perchè Ichino merita rispetto per alcune sue scelte e perchè mi risulta essere una persona competente. Vedendo anche altre considerazioni fatte sulla PA ho trovato in lui competenza e sincera passione. Eppure mi chiedo il senso di quel libro, confezionato mettendo assieme una analisi sommaria e una serie di lettere inviate al Correre della Sera che testimoniano episodi di assenteismo da parte di pubblici dipendenti.

Partiamo da un dato di fatto: i nullafacenti nella pubblica amministrazione esistono eccome! Su questo non ci piove. Ma l’esistenza dei nullafacenti non è causa della disfunzione della pubblica amministrazione, quanto piuttosto ne è l’effetto.

Mi aspettavo, appunto, una analisi del fenomeno che prendesse in considerazione seriamente la questione e che individuasse le cause e indicasse i rimedi. Ma attribuire un rimedio ad una diagnosi malfatta purtroppo non ottiene risultati apprezzabili e anzi potrebbe perfino aggravare la malattia.

A fagiolo il succo del discorso e del grande abbaglio preso da Ichino lo troviamo a pagina 115 del suo libello. E’ una sezione che si chiama “le domande, le obiezioni e le risposte sulla questione dei licenziamenti” e vale la pena riportare interamente il testo:

A che cosa serve licenziare i nullafacenti, se chi li sostituirà può diventare nullafacente a sua volta? Sarebbe come pretendere di guarire il cancro limitandosi ad asportare le metastasi.

Il licenziamento del nullafacente non è la soluzione del problema dell’inefficienza della p.a. Esso però costituisce uno strumento di gestione cui non si può rinunciare del tutto, come si è fatto fin qui.

LA cura efficace consiste nell’innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi retributivi, a tutti i livelli, dovunque possibile; e per questo è necessario disporre di una valutazione affidabile dell’efficienza e produttività di ogni struttura e di chi vi è addetto. MA anche la possibilità che il nullafacente sia licenziato costituisce un incentivo importante, che deve essere introdotto per motivi di equità e di morale pubblica prima ancora che di efficienza. Certo, non si debella il cancro limitandosi a rimuovere le metastasi, ma fa parte della cura efficace anche rimuoverle”.

Trovo abbastanza fastidioso quest’ ultimo riferimento alle metastasi e al cancro. Ma ancora più fastidioso è entrare nel mondo della medicina, che non conosco io, ma nemmeno Ichino, sparando banalità o ovvietà… Perchè potremmo cadere nell’accanimento terapeutico o nel combinare veri disastri.: io da un medico che mi motiva un intervento con le parole di Ichino francamente non ci andrei perchè avrei immediatamente la sensazione che quel medico si è formato all’università del Bar Sport, fucina delle nostre eccellenze in materia di calcio, veline, riforme economiche e politiche.

In realtà tutto il discorso sui nullafacenti racconta episodi e casi eclatanti di assenteismo anche diffuso e dice : se potessimo licenziare questa gente, allora non risolveremo il problema della pubblica amministrazione, ma avremmo quantomeno uno strumento per “gestire” la funzione pubblica.

Dunque stiamo andando in cerca di uno strumento, un qualcosa che ci permetta di controllare il processo produttivo della pubblica amministrazione e questo lo facciamo senza aver individuato come e perchè si forma e prospera il sistema dei nullafacenti. Ichino la definisce la “più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione” eppure non sa dirci come si forma questo sistema e chi ne sia il responsabile. Tutto sembra dipendere e formarsi per un semplice moto di convenienza dove un piccolo dipendente pubblico, senza arte ne parte, decide motu proprio di non lavorare e questo piccolo dipendente è più forte di tutto… ministri, dirigenti, capi, sotto capi,capetti… se il dipendente decide di non lavorare, nulla e nessuno può toccarlo.

Questo assunto è semplicemente falso. E non sarà certo la possibilità di “licenziare” che cambierà la Pubblica Amministrazione.

Sono abbastanza convinto che la più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione non risieda nella tolleranza verso i nullafacenti, ma in quella che è, di fatto, la mamma dei nullafacenti.

E mi spiego.

Nella mia esperienza di dipendente pubblico sono stato per due periodi diversi un nullafacente e lo sono stato, in entrambi i casi, a prescindere dalla mia volontà. Questo lo racconto non per dare una “giustificazione” a chi approfitta di tale situazione per fare i cavoli propri ( e ce ne sono parecchi) ma per far capire come sia articolato e complesso il problema.

Il mio rapporto di lavoro doveva durare un solo mese. Era il 1971. Poi, una serie di vicende fortuite (anche se a me allora parve una disgrazia) prorogarono il mese per altro mese.. e un altro ancora..E stavo là, in un ufficietto a mettere timbri e scrivere letterine di poche righe. Un lavoro letteralmente alienante, che però facevo velocemente e diligentemente per passare il tempo.. Una produttività incredibile per il settore al quale ero stato destinato. Avevo poi pochissimi contatti con gli altri colleghi… all’epoca le donne indossavano ancora lunghi grembiuloni neri, non c’era modo di “parlare” tra colleghi e il capo aveva l’alto riconoscimento di “cavaliere”. Davanti al “cavaliere” si doveva stare quasi sull’attenti, e questi non ti lesinava i rimproveri e i richiami se niente niente avevi i capelli troppo lunghi o non ti eri fatto la barba…Se si arrivava in ritardo al lavoro erano cavoli amari, Rimproveri, giustificativi, procedimenti disciplinari… poi richiamo, sanzione sospensione dal lavoro senza stipendio e infine licenziamento. Non ricordo di licenziamenti, ma io alla sospensione dal lavoro senza stipendio ci arrivai.. per fatti di altra natura che non starò qui a raccontare.

Sta di fatto che esisteva un sistema sanzionatorio.

Comunque dopo alcuni mesi di permanenza in quell’ufficio fui mandato a “dare una mano” in un altro settore amministrativo. Forse a causa dei miei studi fui ritenuto adatto a svolgere una mansione amministrativa un po’ più delicata. Sta di fatto che mi trovai in un ufficio lungo e stretto e con poca luce… pieno di cataste di pratiche e con un ometto che con molta gentilezza mi spiegò cosa dovevo fare…mi dette alcune traccie di verbali da compilare e se ne andò indicandomi l’ufficio dove avrei potuto trovarlo in caso di necessità…. mi disse anche che avrei dovuto fare almeno due verbali al giorno perchè bisognava mettere un po’ d’ordine in quel casino…

Io i due verbali li facevo in un ora o anche meno… così in meno di un mese avevo sistemato tutto questo arretrato (sorvolo sul contenuto dei verbali perchè, e me ne resi conto abbastanza presto, sostanzialmente il mio lavoro consisteva nel fare un falso in atti pubblici…) Meraviglia e stupore da parte del mio “capo” e poi… cosa dovevo fare? Beh, mi disse, fatti un giretto…

Ecco cominciò un periodo di alcuni mesi nei quali il mio lavoro consisteva nel farmi un giretto..

Certo, una volta capito come girava la faccenda cominciai a martirizzare un po’ tutti… Mi iscrissi alla CGIL e cominciai ad esprimere il mio dissenso nei confronti dell’ambiente.

Questo fu il mio primo periodo di nullafacente.

Molti anni dopo la mia posizione lavorativa era cambiata. Sopra di me avevo un dirigente mentre avevo il compito di “coordinare” tutti gli uffici sottostanti… insomma avevo un mucchio di lavoro e una tavola quotidianamente ingombra di pratiche di diversa natura. Il lavoro mi piaceva perchè mi metteva in contatto con problemi e progetti importanti. Conoscevo i responsabili di altri enti e partecipavo ad interminabili riunioni ai vertici dell’amministrazione dove mi resi conto di molte cose, non sempre e non del tutto positive (anzi!).

Colui che dirigeva il servizio era arrivato da poco tempo e non conosceva molto delle tematiche che trattavamo. Più volte mi dichiarò la sua fiducia e mi ostentava come il suo braccio destro (a me ‘sta cosa mi infastidiva ).

Un giorno mi disse: dobbiamo fare questo atto … Lo guardo e cerco di spiegargli che tale atto non spetta a noi ma anzi, è proprio l’Amministrazione che ci chiede l’atto la detentrice del potere di emetterlo…Cerca di giustificare tale richiesta, ma non c’è verso, le sue argomentazioni non fanno breccia nel mio cuore, Anzi, più parla e più mi convinco che qualcosa non quadri. Alla fine lui se ne esce con un “ti ordino di fare come dico… perchè questo me l’ha chiesto Tizio che è un mio amico e quindi tu fai quello che io dico. E’ Chiaro?

Al mio fermo diniego seguì un periodo incredibile. Per due anni non ricevetti più alcuna convocazione, alcuna lettera, non ebbi più alcun incarico e più nulla di nulla da fare. Le miei richieste di trasferimento ebbero sempre parere contrario da parte del dirigente e mi ritrovai escluso da ogni contesto lavorativo.

Costretto ad essere un nullafacente per la seconda volta nella mia vita lavorativa.

Va bene, accetto di pensare al mio come ad un caso estremo.

Ho incontrato nel mio percorso di pubblico dipendente un mucchio di nullafacenti. Un campionario molto articolato. Ho trovato chi era nullafacente per vocazione e si imboscava a fare la settimana enigmistica e chi faceva perfino un altro lavoro durante l’orario di servizio. Così c’era chi lo potevi trovare durante l’orario di lavoro nel proprio negozio di cancelleria o a vendere giornali nell’edicola intestata alla moglie. Ho conosciuto chi installava antenne e chi lavorava sia per la pubblica amministrazione sia per l’impresa che si era aggiudicata l’appalto… E così chi faceva la revisione prezzi era pagato sia dall’ Amministrazione che dall’ Impresa Poi ho anche conosciuto un quantità di nullafacenti che erano pagati per fare un lavoro “politico” ossia il datore di lavoro era il partito o il politico e chi pagava era l’amministrazione..

Ecco, già da questa descrizione sommaria, ci si può rendere conto di come sia complessa la situazione.

Beh, che sarà mai, licenziamo tutti questi soggetti e facciamo giustizia! Sì, posso anche pensare che chi afferma questo sia in buona fede, ma forse non ha capito il problema: ha fatto una diagnosi errata guardando esclusivamente la metastasi e senza preoccuparsi di individuare il tumore, la sua natura e la sua origine. Agisce solo sulla metastasi e si consola nel presupposto che tanto qualcosa bisogna pur fare..

Certo i nullafacenti sono una realtà della pubblica amministrazione. Ma dietro a questa realtà si nascondono colpe e responsabilità che non possono essere attribuite esclusivamente ai nullafacenti, se non altro per il livello di “tolleranza” di cui questi godono.

Quando ero un dipendente pubblico mi ero convinto,ed era una di quelle convinzioni profonde, solide e pertinaci, che i nullafacenti fossero tranquillamente funzionali alla macchina amministrativa. Certo, io stesso oggi non esito a dire che una tale posizione fosse eccessiva, sicuramente esasperata dalla coabitazione con questi soggetti, ma c’è un aspetto della vicenda che mi sembrava assolutamente incredibile allora e che oggi può servire ad intravedere chi genera, alimenta e tollera il grande esercito dei nullafacenti.

Ritorno per un attimo allo scritto di Pietro Ichino che ho citato sopra: “La cura efficace consiste nell’innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi retributivi, a tutti i livelli, dovunque possibile; e per questo è necessario disporre di una valutazione affidabile dell’efficienza e produttività di ogni struttura e di chi vi è addetto.”

Sul tema degli incentivi tornerò più avanti. E’ un tema complesso e da sempre risolto nel modo peggiore. In alcuni periodi l’incentivo è stato ripartito a prescindere dai risultati, in altri periodi è stato fonte di lunghe ed estenuanti contrattazioni per trovare un metodo oggettivo per ripartire correttamente i premi.di produttività. Nonostante tutto i risultati mi hanno sempre lasciato sorpreso.

In modo sorprendente qualcuno, a prescindere dal fatto che fosse chiaramente un nullafacente si ritrovava comunque tra quelli che avevano diritto al massimo dei premi.

Il perchè di questo fenomeno sorprendente va ricercato in quello che io vedo come “la più grande ingiustizia della nostra amministrazione” che non è la tolleranza nei confronti dei nullafacenti, ma l’invadenza, a tutti i livelli, della politica.

Questa affermazione va ovviamente giustificata e capita in tutta la sua estensione perchè non sempre ci troviamo davanti a comportamenti conclamati o manifesti, ma più spesso a farla da padrone è il condizionamento che la parte politica fa all’interno dei rapporti amministrativi attraverso comportamenti perfino inconsapevoli e non voluti, ma comunque oggettivi o oggettivabili.

Nel mentre faccio questa affermazione mi rendo conto che potrei ingenerare ulteriori confusioni andando a spare nel mucchio delle idee qualunquiste di cui ci nutriamo quotidianamente e che hanno a che fare più con il mondo delle opinioni e delle emozioni che con quello delle analisi dei dati e dei comportamenti.

Quando Ichino parla di nullafacenti non fa un discorso scientifico e non ci dice praticamente nulla. Semplicemente agisce sulle nostre emozioni e ci fa intravedere un fenomeno senza dirci quanto questo fenomeno sia esteso e quanto danno esso oggettivamente provochi. Però emotivamente dice cose che sono facilmente condivisibili e che colpiscono la nostra fantasia in modo immediato. Non so quanto consapevolmente, ossia con quanta “furbizia” abbia agito, per esempio il ministro Brunetta nella sua grande lotta contro gli assenteisti della pubblica amministrazione, Quello che è certo è che in questa operazione emotiva ha avuto grande seguito. Al di là dei risultati concreti il gioco è stato abbastanza facile. Si è individuato un nemico, lo si è dipinto come brutto sporco e cattivo e per di più pieno di privilegi in un momento di grave crisi: stipendio sicuro, produttività bassissima, disinteresse totale per il proprio lavoro. Poi si è lavorato sui dati: effetti sorprendenti e immediati. Finalmente uno che non parla e basta, ma agisce e conclude quello che ha iniziato.

A fronte di questa campagna mediatica si è varata una “riforma della pubblica amministrazione” che ricalca esattamente lo schema tracciato da Pietro Ichino. Punto primo: lotta ai nullafacenti, punto secondo: introduzione di un sistema di incentivazione dei risultati.

Tutto molto lineare e semplice.

La cosa che mi ha sorpreso è che dietro questa analisi così semplificata si è schierato tutto il mondo politico in modo del tutto acritico. Si fosse avuto anche un piccolo sentore di una discussione attorno a questo grande tema della riforma della pubblica amministrazione, si fosse scoperta una “visione” contrapposta o differente sul tipo di amministrazione sui sui problemi e sulle sue soluzioni…. macchè, tutti pedissequamente allineati… colpire l’assenteismo, trovare forme di incentivazione corrette premiare i bravi punire i cattivi. Una lettura di una cosa complessa ridotta ad una conoscenza primaria: bello/brutto, caldo/freddo, buono/cattivo.

L’opposizione, stando alle cronache giornalistiche, dapprima concorda su tutto e si prospetta un provvedimento bipartisan.. poi, a fronte dei successi mediatici del Ministro Brunetta, del conseguente “fastidio” demagogico e del dissenso sindacale, anch’esso un tantino sottotono, fa sapere di essere un poco critica. Al punto che al momento del voto i deputati del partito democratico e di Italia dei Valori votano contro, ma hanno l’accortezza di presentarsi in numero molto ridotto alle votazioni, mentre al Senato il voto è unanime perchè l’opposizione non è presente in aula.

Ichino sul suo sito (www.pietro ) fa sapere che la riforma chiamata Brunetta in realtà è frutto anche del suo lavoro ed è stata di molto migliorata in Commissione Affari Costituzionali grazie al contributo del PD.

Non ho nulla da eccepire sul fatto che una buona legge, fatta nell’interesse del Paese, possa tranquillamente essere condivisa tra governo ed opposizione. Mi resta, però il dubbio che questa non sia una buona legge,

LA prima cosa che mi passa per la testa per definire una buona legge è l’obiettivo che questa persegue e come lo persegue. Questo implica inevitabilmente entrare nella logica che l’intero impianto legislativo affronta e capire se questo risponde a dei principi di funzionalità effettiva.

Se il problema è come far funzionare meglio la pubblica amministrazione è un conto, se il problema è quello di reprimere un fenomeno come l’assenteismo allora il problema è un altro.

Sì, ma può essere che reprimere l’assenteismo sia funzionale e comunque necessario anche per far funzionare meglio la pubblica amministrazione. Certo. Questo è quanto sostiene Ichino. Poi c’è la campagna mediatica e questo è lavoro da ministro.

Fatalità si è creato uno strano connubio bipartisan… si è parlato a lungo di nullafacenti e tutto si è mosso contro esclusivamente gli assenteisti come se solo loro fossero nullafacenti… si è preso la punta dell’iceberg senza dare uno sguardo al di sotto del pelo dell’acqua…

Un errore fatale a cui si pone rimedio, o così si pensa, legandolo esclusivamente al tema degli incentivi.

Nullafacenti, assenteisti e produttività

Ricordo un personaggio particolare: nome altisonante, indubbio fascino personale, una capacità di rendere interessanti e misteriosi i pettegolezzi cittadini, una forte propensione all’abbandonarsi alle tentazioni alcoliche.

Costui ( che per comodità chiameremo Gregorio) ha passato gran parte della propria vita di dipendente pubblico , almeno nei vent’anni nei quali sono stato suo collega, senza mai fare assolutamente nulla. Eppure mai un giorno di assenza , mai un giorno di ferie, mai un ritardo. Per colmo è stato un dipendente al quale era sempre concesso il massimo delle ore di straordinario.

Ricordo che negli anni 90 , e forse anche prima, lo straordinario era regimentato e il monte di ore retribuite era molto basso, ma negli anni settanta Gregorio portava a casa sistematicamente oltre le 90 ore di straordinario mensile.

Al di là della simpatia personale che questo tizio era in grado di riscuotere, mi sono sempre chiesto come questo palese assurdo comportamento fosse possibile.

Un caso isolato? Assolutamente no, anzi. La differenza è esclusivamente di tecnica comunicativa, o meglio, di marketing aziendale. Cioè Gregorio faceva come molti, ma a differenza di molti, non faceva assolutamente nulla per dissimulare la propria inattività lavorativa. Mi sbaglierò, ma in tutti gli anni che ho avuto modo di seguire da spettatore“le vicende professionali di Gregorio non ho mai saputo nemmeno “formalmente” quale incarico egli ricoprisse… Certo, Gregorio era militante di un partito allora vero ago della bilancia dei destini comunali, regionali e nazionali. Ma bastava solo questo?

Gregorio non era un assenteista. Era un nullafacente allo stato puro.

In questo era del tutto diverso dal nullafacente classico della pubblica amministrazione che di solito è una figura meno simpatica e più complessa di quella di Gregorio.

Intanto il vero nullafacente è presente ma è del tutto inaffidabile e ben intenzionato a mettersi in mostra… SE dai da fare un lavoro che nella tua testa ritieni possa essere affrontato ed eseguito in un ora puoi star sicuro che perderai molto più tempo a rispondere alle mille domande e ai mille problemi che dovrai risolvere per ottenere un qualsiasi risultato, che sarà comunque diverso da quello atteso e che arriverà a conclusione dopo una settimana. Esagero, forse, ma bisogna capire che nella Pubblica Amministrazione le attività in qualche modo standardizzate sono comunque minori rispetto a quelle che evidenziano degli elementi critici.

Se infatti vado a chiedere un certificato anagrafico, non ci sono particolari problemi. Siamo di fronte ad un operazione molto semplice e meccanica dove l’aspetto soggettivo non influenza il risultato. MA se solo la richiesta del cittadino riguarda una qualche autorizzazione dove entra appena appena un elemento di valutazione soggettiva allora la cosa si complica.

Gran parte degli uffici pubblici ha a che fare con una qualche valutazione di ordine soggettivo. Questo è il grande problema dove la capacità bizantina di distinguere, diversificare, concionare, prende il sopravvento. L’elemento soggettivo apre la porta all’inefficacia e inefficienza che sono i principi base (rovesciati) del funzionamento della Pubblica Amministrazione. Su questo problema tornerò, perchè è uno dei caposaldi per capire la complessità di una vera riforma del settore, In quest’area grigia, comunque, prospera il vero nullafacente.

LA maggior parte dei nullafacenti risulta particolarmente attivo nel sollevare problemi, non certo nel risolverli. Se tu dai l’incarico di istruire una pratica ad un vero nullafacente sarai costretto a subire un massacro di domande, problemi, interpretazioni, questioni che non serviranno a nulla se non a perdere tempo e ad impedire di lavorare a te e tutti quelli che ti circondano. Un vero nulla facente è un problema per l’intera struttura..

Più volte nella mia vita mi sono trovato a confrontarmi con la pubblica amministrazione su questioni anche banali riguardanti per esempio l’aspetto “sanitario” di un locale destinato alla trasformazione di alimenti. Nel mio caso si trattava, per esempio del semplice confezionamento di verdure all’interno di un capannone dove venivano messe in cassetta le verdure raccolte nel campo. Se questa operazione avviene all’aperto, nel campo stesso, non è necessaria alcuna autorizzazione ne alcun permesso sanitario, ma se il contadino si trasporta la verdura al coperto nel proprio annesso rustico destinato, appunto a alle attività di preparazione e immagazzinaggio delle verdure, allora deve ottenere l’autorizzazione sanitaria. LA prima volta che ho contestato alcune “usanze” imposte dal servizio sanitario della mia zona, alle mie obiezioni, fondate su precise norme di legge, mi è stato opposto un diniego argomentando che “quelle norme non sono ancora applicabili perchè manca il regolamento attuativo e quindi, ci troviamo di fronte ad una “vacatio legis”, Quando sento un pubblico ufficiale parlare di “vacatio legis” esco di senno, eppure è la risposta classica di un vero nullafacente. Mentre aspetto che esca il regolamento attuativo la regione approva un proprio atto che dice semplicemente visto che la norma europea è dettagliata noi ci rifacciamo puntualmente ad essa e non emetteremo alcun ulteriore regolamento. Ecco, torno alla carica e la mia richiesta mi viene sospesa perchè, mi si dice a voce, manca l’antibagno…spigo che l’annesso agricolo è a fianco della casa di residenza del coltivatore diretto, che questo lavora da solo con sua moglie… il documento che descrive tutto questo si chiama HCCP è dentro ci stanno tutte le risposte ai dubbi del mio interlocutore.

Dopo poco nuova convocazione: nel luogo di trasformazione deve esserci un lavello azionabile a pedale per consentire all’operatore di aprire l’acqua anche quando si trova con entrambe le mani sporche… e via dicendo Uno stillicidio di scemenze che viene ad aggravare pesantemente il procedimento e soprattutto impedisce ad un semplice cittadino di ottenere quello che gli spetta nei tempi e nelle forme corrette.

Sarà un caso limite, mi dico, ma poi ogni volta che ho occasione di confrontarmi con qualcuna anche di altre regioni mi ritrovo davanti esattamente agli stessi comportamenti.

Esagerato?

No, semplicemente mi sono imbattuto in quello che potremmo definire il vero “sapere” della pubblica amministrazione. Che è un “sistema” molto difficilmente scalfibile.

Se avessi ottenuto subito le mie autorizzazioni, in un processo liscio, tranquillo giusto, avrei inevitabilmente sminuito il lavoro del pubblico funzionario che trova non solo soddisfazione, ma anche una ragione professionale di essere nel creare problemi e intoppi. (lo so, questo non sarà facile dimostrarlo, ma ci proverò parlando di produttività della pubblica amministrazione)

nell’arte del fannullismo esistono veri e propri maestri che riescono ad assurgere ai vertici della Pubblica Amministrazione per la loro capacità di “gestire” e inventare soluzioni inutili o che diventano moltiplicatori di burocrazia ed inefficienza. Su tali figure, molto diffuse nella PA bisogna, però fare un distinguo. Alcuni di essi appartengono alla categoria dei grandi lavoratori, altri a quella dei fannulloni. Non è facile cogliere le differenze. Addentrarsi in questo lavoro scientifico di classificare le diverse tipologie non interessa particolarmente i. Va però compreso come sia articolata e diversificato non solo la macchina amministrativa, ma anche le diverse tipologie di chi ci lavora. Ridurre tutto ad una generica classificazione tra nullafacenti e “non solo fanulloni” come fa il ministri Brunetta, non consente di comprendere i meccanismi, ma soprattutto le responsabilità, che generano il grande problema della pubblica amministrazione.

La vera questione che dobbiamo tenere presente è che la pubblica amministrazione italiana non funziona per nulla e rappresenta un vero disastro per la nostra economia contribuendo al sistematico aggravio della spesa pubblica. Semplificare la questione della riforma della pubblica amministrazione ad una modifica del rapporto con i dipendenti, implicitamente ritenuti o consapevolmente additati, quali responsabili del dissesto statale. è confondere l’effetto con la causa. Per chi fa l’analisi delle criticità di un sistema fare un errore del genere crea una catena di dissesti che non arriverà mai ad individuare le origine dell’errore e anzi allontanerà progressivamente la possibilità di mettere mano alla macchina amministrativa.

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alcune considerazioni di principio sulla crisi

Posted by vaiattila su 4 giugno 2010

”Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, – è scritto in una nota diramata da Palazzo Chigi – sta lavorando con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, su due punti essenziali: a) sulla manovra di stabilizzazione finanziaria. Una manovra basata sull’impegno europeo e poi sviluppata attraverso un comune e intenso lavoro di preparazione. Nell’ambito di una grave crisi finanziaria, la più grave nel mondo dopo quella del 1929, il Governo Berlusconi è fermamente convinto di avere fatto la cosa giusta, nel tempo giusto, nell’interesse dell’Italia. Il Governo la presenterà in Parlamento forte delle sue convinzioni, certo del senso di responsabilità della sua maggioranza; b) su ciò che è necessario e possibile per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita, a partire da un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche”.
LA prima cosa che mi salta agli occhi è il riferimento alla crisi del 1929. Fino a poco fa, Berlusconi non perdeva occasione per minimizzare la crisi. Ora, finalmente, si è accorto che esiste.

Su quali valutazioni il  presidente ritiene che la crisi venga, per gravità, dopo quella del 1929? Cioè, siamo sicuri che questa crisi sia meno grave di quella del 1929? Mi pare quantomeno superficiale venirsene fuori con queste valutazioni e ancora una volta mi corre un brivido per la schiena: stiamo recitando a soggetto… Mi pare di assistere, ancora una volta, alla scena del medico che arriva, guarda l’infartuato da distante e rassicura i familiari: tranquilli, è un infarto più leggero del precedente…

Ma poi non si era detto che una crisi come quella del ’29 non si sarebbe mai potuta ripetere proprio per la capacità del sistema attuale di saper prevedere e correre ai ripari per tempo?

E ancora: non eravamo  ormai “fuori” dalla crisi?

Si continua a parlare di ripresa, di crescita. Ma nello stesso tempo si agita il fantasma della Grande Crisi….

Qualcosa non va… E’ solo il bisogno di mettere in ordine i conti dello Stato l’ultima manovra finanziaria?

La crisi diventa un qualcosa di ultratterreno. Incombe su di noi. Non sappiamo come e perchè, non abbiamo un idea da dove sbuchi e dove arriverà.. Abbiamo appena capito che esiste, è per colpa sua che le cose non fanno come sperato, ma d’altra parte cosa possiamo fare contro la crisi? Son cose che succedono….

MA ci salviamo dicendoci che è internazionale. Certo. Perchè meravigliarsi del fatto che in un mondo globalizzato la crisi sia internazionale? Ci mancherebbe! Una crisi, per essere veramente una crisi, deve essere internazionale, altrimenti è semplicemente il fallimento di una politica nazionale… come in Grecia o in Islanda…

Se dovesse succedere che l’Italia andasse in fallimento e il resto delle nazioni europee, ma principalmente Germania, Francia, Inghilterra, no, allora sarebbe chiaro che qualcosa da noi non ha funzionato…MA solo allora questo sarebbe evidente, ma a quale costo!

Dunque, ci fa sapere palazzo Chigi, la manovra è semplicemente una stabilizzazione finanziaria. PEr quanto riguarda l’uscita l’uscita dalla crisi, il presidente del consiglio ci fa sapere che sta lavorando. Tutto riprenderà dal “grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche”.

che ‘azzo vuol dire?

Liberalizzazione delle attività economiche? Un altra chimera che non si sa cosa possa mai significare… Si toglieranno gli ordini professionali degli avvocati, dei notai, degli ingegneri, dei commercialisti e via cantando? si toglieranno i privilegi di casta dei tassisti? Cioè si tornerà al decreto Bersani? oppure si sta dicendo che Silvio, monopolista della televisione, consentirà lo sviluppo del libero mercato televisivo?

Ma come tutto questo potrà incidere sulla crisi, tra l’altro in netto contrasto con quanto afferma Tremonti?

A saperlo… Parole dette in libertà, così ancora una volta per raccontarci la storia di un governo che governa, mentre la realtà fa da tutt’altra parte…

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non c’è speranza…..

Posted by vaiattila su 2 giugno 2010

Lasciamo perdere il geniale Rutelli che abbandonò il PD per raggiungere assieme a Casini almeno un 20% degli elettori che si sarebbero sicuramente schierati dietro questa splendida coppia di dioscuri..

lasciamo anche perdere le avances che il grande Silvio rivolge al nostro geniale amico…

Quello che mi sconvolge sono gli stivali della signora che si presenta in tal guisa alla festa della Repubblica..

Cattivo gusto!

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timore reverenziale

Posted by vaiattila su 29 maggio 2010

Ora lasciamo perdere le facili battute, l’ironia, lo scherno, il dileggio.

L’accezione di ” potere” secondo Max Weber è «  la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione». E’ un concetto che dovrebbe anche essere rivisto perchè prevede una qualche opposizione al suo esercizio. Il potere potrebbe essere la semplice possibilità di “disporre”.  Il potere implica il comando. E si è mai visto che Gion Uain debba mediare un suo ordine con un opposizione?

Giustamente Silvio Berlusconi lamenta l’assenza di un potere… lui che, come ci spiega amabilmente, era abituato a comandare 65.000 collaboratori e che nessuno di essi si permetteva di discutere i suoi ordini… tutti meno uno… PErchè dei suoi ordini Marcello se ne faceva un baffo…

Il tarlo del potere è la democrazia. Se nell’azienda di Berlusconi si fosse creato l’andazzo di “discutere” gli ordini del capo sarebbe stato un vero disastro. §LE organizzazioni che funzionano non hanno opposizione interna… un ordine è un ordine.  Per esempio: l’esercito, l’azienda, la mafia funzionano se c’è un potere assoluto, mai messo in discussione, mai disatteso.

Silvio, quando ha preso nelle sue mani lo Stato italiano, si sarebbe aspettato di poter disporre come fosse in azienda : ordini precisi e guai a discuterli. Questo si chiama esercizio del potere. Perfino Mussolini, nei suoi diari scritti da Dell’Utri, si lamenta di non avere potere. Chiaramente Berlusconi attinge alle parole dei falsi diari come oro colato al punto di arrivare a citarli durante la sua presidenza dell’OCSE.

LA proposta conseguente è quella di sopprimere l’opposizione, meglio ancora il dissenso. Solo allora si potrebbe veramente pensare un cambiamento e una uscita dalla crisi.

So che quello che dico è abbastanza ovvio, ma proprio mentre Berlusconi parlava all’OCSE io stavo parlando con il sindaco di una cittadina che si sentiva offeso per le critiche mosse alla sua amministrazione. Aveva esordito, nelle sue proteste, con un  “premesso che”..per dirmi che lui era assolutamente a favore della libera espressione del dissenso, per poi arrivare al punto: ma tu queste cose non le puoi dire… Ovviamente più il discorso andava avanti  e più la mia libertà di espressione si andava restringendo… mi sono beccato della “malalingua”, del diffamatore, del parassita e di quello che se ne sta davanti al computer a beffeggiare lui che si fa il culo anche per me… Dunque che sia chiaro… lui ha già parlato “con i suoi avvocati” (quanti ne ha? in un comune che non ha nemmeno gli occhi per piangere?) e pensa che ci siano gli estremi per una azione legale contro di me: diffamazione…. e sai quanti soldi ti porto via?

Nel mentre vivevo, con una certa spensieratezza,  questa conversazione divenuta via via una sorta di rissa, pensavo ad un articolo letto poco prima e scritto da Guido Viale sulla “dittatura dell’ ingnoranza”:

“Quello che Berlusconi ha veramente sdoganato è l’ignoranza; l’orgoglio di essere ignoranti; il disprezzo, questo sì di stampo fascista, per i saperi, qualsiasi sapere, e per i loro cultori; la pretesa di «fare» e saper fare anche senza conoscere e sapere; la convinzione, latente anche prima di lui nello spirito nazionale ma promossa a piene mani dal sentire di cui è espressione il suo regime, di essere migliori di tutti gli altri…”

D’altronde penso al grande valore dell’ignoranza come “motore” del  successo imprenditoriale. Esiste, che lo si voglia o no, nel mondo dell’impresa un valore positivo dell’ignoranza che si combina, giocoforza con l’altro elemento essenziale: la fortuna. Un imprenditore ignorante non ha limiti: tutto si può fare, se poi ha anche la fortuna di non essere scoperto mentre trucca le carte allora il gioco è fatto! Un mio caro amico imprenditore mi spiegava come funzionava l’approvvigionamento dei materiali che lui commercializzava….A metà della spiegazione, avendo intuito perfettamente dove andava a parare, gli dissi chiaramente che questa era una truffa bella e buona e lui, invece, sosteneva che tutto era perfettamente legittimo.. Ohe! non c’era verso… tutto era legittimo ai suoi occhi ed essendo lui del tutto privo di conoscenze giuridiche, mi poteva spiegare i capisaldi della sua interpretazione in modo del tutto convincente.

LA fortuna ovviamente non sempre asseconda questi comportamenti.. ed ecco l’iniziativa  dell’imprenditore che va a stimolare la dea bendata attraverso l’uso del’unico grande viatico di questo mondo, l’infame denaro…

Di fronte a chi detiene il potere si deve sempre tacere ed avere un sano timore reverenziale: solo così possiamo sperare di ricevere un puffetto e di essere rispettati come si rispettano i servi fedeli: con una pedata!

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la fine del mondo.

Posted by vaiattila su 22 maggio 2010

Non so se sia giusto il calcolo che il calendario Atzeco fece posizionando la fine del mondo il 21 dicembre 2012. Forse si sono sbagliati di qualche giorno, forse non hanno tenuto conto di qualche possibile variabile… dunque non è che il 22 dicembre 2012 tutti tireremo un sospiro di sollievo: si  sono sbagliati!, niente fine del mondo.

Io in realtà vedo pesanti segni che annunciano la fine del mondo.  Un momento, cerchiamo di chiarire: non la fine del mondo, ma la fine dell’umanità  e forse è meglio chiarire ancora di più… non la fine di tutta l’umanità, ma più esattamente la fine nostra, quella di noi che siano il portato storico migliore dalla civiltà giudaico-cattolica.

Purtroppo non ho conoscenza del terzo mistero di Fatima (secondo me anche là si parla del 2012, della pedofilia e del comunismo, ma se ne parla in termini talmente drammatici che forse i cosacchi finalmente potranno abbeverare i loro cavalli in San Pietro senza risultare così sconvolgenti come sapere tutto sulla pedofilia di santa romana chiesa…) e quindi nno ho grosse certezze. Mi devo affidare alle mie “percezioni” e a quel poco di storia che ricordo dalle elementari.

Noi siamo un po’ come quei dinosauri che qualche millennio fa avevano cominciato a lamentarsi: non ci sono più le mezze stagioni…. l’erba di una volta era molto migliore,, c’era un tempo in cui…. ah, ai miei tempi… e via così, lamentandosi senza rendersi conto che non si trattava solo di fenomeni passeggeri, ma di un vero e proprio cambiamento. Loro, ingenui, non fecero nulla per cambiare il loro destino… si lamentavano per episodi del tutto secondari, confondendo la causa con l’effetto… e così sono periti tutti, nel giro di poco tempo… un po’ come le balene o i capodogli che vanno in massa a spiaggiare in qualche felice località balneare: periscono e con loro poco alla volta perisce tutto il loro genere (alla faccia dei giapponensi!) Perchè si suicidano le balene? vallo a sapere…Lo fanno consapevolmente o sono “stordite” da qualche elemento estraneo (sonar, onde radio, tempeste cromatiche, meteorismo cronico?) fatto sta che i fatti non buttano comunque bene…

E anche il clima… non è che siamo anche noi come i dinosauri che ci lamentiamo dell’assenza delle mezze stagioni e non ci accorgiamo che le cose stanno cambiando veramente? io quest’anno non  sono riuscito a piantare i piselli… quelli piantati lo scorso inverno sono in gran parte defunti… i pochi baccelli che sono riuscito a recuperare sono sul fuoco da mezza giornata in attesa che diventino un po’ più teneri… piccoli fatti, lo so.. ma intanto…

e non è solo il clima che depone per un qualche cambiamento drastico. Nel mio orto non posso quasi più muovermi senza pestare una lumaca…sono letteralmente invaso… E’ certamente un piccolo segno, magari insignificante… Ma chi lo sa se alla vigilia della scomparsa dei dinosauro oppure poco prima che l’impero romano cadesse brutalmente le lumache non avesse tentato di prendere il sopravvento?

non sottovalutiamo le piccole cose, le sensazioni.

Ieri, per esempio, ho visto su internet la foto del nostro amato presidente, Mi pare che fosse legato ad un intervento che avanzava una qualche difficoltà legata all’attuale crisi che sembrerebbe essere un pochino più bruttina di come sembrava… non tanto, ma poco poco.

Ad impressionarmi, però non erano le parole del nostro amato presidente, quanto la foto in sè. Ho avuto un brivido e subito ho cambiato schermata.

Quell’immagine mi si era collegata nel cervello ad una di quelle che stava in appendice al testo di medicina legale… tra le tante fotografie di cadaveri vittime di questo e di quello ci stava anche l’ immagine di una salma conservatasi con un fenomeno chiamato, mi pare, visto il numero di anni passato, adipocera.

ricordo che prima di fare l’esame di medicina legale non ebbi lo stomaco di rivedere quelle immagini e le strappai.

Rivedere quel effetto ceroso ed untuoso , un po’ traslucido sulla faccia del nostro amato presidente mi ha fatto come presagire che la fine sia ormai vicina…

e non era solo la fine del nostro amato presidente, ma quella di un mondo…

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Ragazzi, c’è la crisi….

Posted by vaiattila su 15 maggio 2010

l’altro ieri, come da due anni a questa parte, il governo ci annunciava che sì, c’è la crisi, ma noi siamo a posto. E’ già tutto fatto. Noi siamo meglio degli altri…

Poi ieri, dopo che la borsa ha dato qualche segno di caduta, siamo rimasti un attimo a pensare: ma cos’è questa crisi che da alcuni colpi di coda? ma poi proprio o adesso che ci sono anche dei veri segni di ripresa… Mah, è una cosa strana….

Poi oggi qualcuno ci annuncia che sarà necessario fare una manovra… da 25 miliardi di euro… ma come? proprio adesso che ci sono evidenti segni che siamo fuori dalla crisi, o quantomeno ne stiamo uscendo?

Le menzogne di Berlusconi e del suo governo mostrano una qualche crepa… così come le turbolenze nella caserma delle libertà mostrano che forse le cose si stanno mettendo al peggio.

Intanto  cominciamo secondo prassi… prima componente della manovra: tutti i lavoratori dipendenti… restrizioni!

seconda componente della manovra: le pensioni. MA come proprio ieri gli organismi internazionali elogiavano l’Italia dicendo che i conti previdenziali erano in regola mentre restavano le preoccupazioni per l’indebitamento… ma pprio e sempre sulle pensioni vai a stringere?

terzo elemento delle manovra: (tenetevi duro!) un condono.!.. un condono?  ma non si era detto  basta coi condoni… Ma si sa, i condoni sono come le ciliegie, uno tira l’ altro… e così di condono in condono continueremo a favorire i soliti noti, mentre ma massa dei soliti ignoti pagherà:

Sì, il mio è uno sfogo!

E  il bello è che stiamo aiutando la Grecia ad uscire dalla crisi… in buona parte la nostra manovra andrà a coprire il prestito. Geniale!

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i costi della politica

Posted by vaiattila su 12 maggio 2010

Sono alcuni anni che in Italia si denuncia come quasi scandaloso, il costo complessivo della politica. Dentro questa voce ci stanno un coacervo di voci che vanno dalle auto blu (Brunetta le sta contando in questo stesso momento) fino al gettone di presenza dell’ ultimo consigliere di amministrazione della società a capitale pubblico, passando per gli stipendi di onorevoli, senatori, consiglieri regionali provinciali comunali municipali… w questo solo per parlare di costi in bianco… poi ci stanno i costi in nero, ma questa è un altra storia.

Che i costi siano eccessivi, ormai, lo dicono tutti. Esiste anche una presa di coscienza del problema affidata ad una qualche legge che è in attesa dei decreti attuativi che prima o poi saranno emanati…

Ma intanto… Per dirla banalmente chi di noi umani, pur sapendo di prendere troppi soldi spesso pure immeritati sarebbe contento di vederseli ridotti? Quale onorevole notabile o conte sarebbew felice di autoridursi le sue sudate spettanze?

nessuno. Così io vado continuamente proponendo ad onorevoli consiglieri e politici vari di autoridursi lo stipendio. Dico loro: prendete un 20, 30, 40 percento del vostro sitpendio di politico e versatelo in un conto corrente vincolato….. chiedete al vostro parlamento, consiglio regionale, consiglio comunale o che altro di disporre di tale cifra per le attività pubbliche magari a sostegno di chi soffre la crisi (dicono che ci sia anche qualcuno che soffre la crisi…, pazzesco!) In questo modo fate un gesto preciso: rompete la grande dicotomia della storia costituita dal cattivo rapporto tra teoria e prassi. Perchè un conto sono le nobili teorie sul bisogno di ridurre i costi della politica e un conto sono le prassi che “purtroppo” in assenza di una legge ad hoc, consentono che le giuste teorie abbiano nobile attuazione. E se un qualche pirla qualsiasi decidesse di rompere le palle e convincesse, che so, tutti i deputati e senatori dell’opposizione ad autoridursi lo stipendio e versarlo in un conto corrente intestato alla presidenza della camera o del senato e chiedesse a gran voce un provvedimento che destinasse questi soldi a sostegno chesso della ricerca o del’occupazione o di che altro… cosa succederebbe?

Perchè alle mie reiterate insistenze in tale atteggiamento, gli amici politici mi fanno faccia di tola… sembrano non capire…. poi mi rispondono che loro sono d’accordo, ma serve una legge e io gli rispondo, ma no, non serve un legge… serve un azione che è quella di rinunciare… ma loro questa parte del discorso non la capiscono Eppure è così semplice1

cioè non è giusto che io , povero sfigato sia rappresentato in parlamento da uno che prende (senza fare granchè) in un mese una somma pari al quello che vorrei  prendere io… non è credibile che lui  non conosca quello che io, suo umile elettore, provo sulla mia pelle…

Eh, ma io faccio “beneficenza”, dice qualcuno timidamente. MA vaffanculo te e la tua beneficenza! E’ troppo carino fare beneficenza con i soldi che hai fottuto ingiustamente… renditene conto… non è che io faccia conto  della tua “bonta” e poco mi interessa che  tu  ti salvi l’anima con i soldi che  fregate ai contribuenti… dovete tagliarvi gli stipendi e dare il segno di essere politici per passione non del denaro , ma degli interessi collettivi (dio, che moralismo!…)

tornateci i nostri soldi!!!!

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Brunetta è Vanna Marchi

Posted by vaiattila su 11 maggio 2010

Brunetta e la stretta sulle auto blu
«Risparmieremo il 50% di spesa»

Il ministro avvia un censimento: «Entro un mese avremo l’elenco delle amministrazioni buone e cattive»

così titola il Corriere della Sera.

Un mese di tempo è anche troppo per Brunetta. Ci stupirà : forse tra tre giorni ci annuncerà che le auto blu sono esattamente 365.893 di cui 10.563 inattive perchè in riparazione. ( i numeri li sceglierà lui e quasi sicuramente saranno diversi, ma per comodità potrebbe prendere anche questi che li ho già pensati io)

Ci dirà anche che alcune amministrazioni sono virtuose. altre no!

L’elenco sarà stilato per autodichiarazione. Però c’è da essere certi che ad inizio giugno Brunetta annuncerà che complessivamente ha già risparmiato circa il 27% delle spese per le auto blu…

E’ tutto un già visto. Ma la prima volta ha funzionato, perchè non dovrebbe funzionare anche questa volta?

I buoni e i cattivi. E’ un annuncio ricorrente. Si è visto qualcosa di concreto?

In realtà invece che fare il ministro della pubblica amministrazione e dell’innovazione Brunetta fa l’imbonitore… è la Vanna Marchi del governo.

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Bondi.

Posted by vaiattila su 10 maggio 2010

….. corrono voci incontrollate e incontrollabili che l’uomo in qualche modo individuato come soggetto attuatore degli interventi per la sitemazione eegli Uffizi di Firenze( 29 milioni di euri)  sia un tale Miccichè che, essendo un parrucchiere, dovrebbe essere abbastanza portato ad una visione estetica.

Di questa nomina, che agli incompetenti appare assurda, viene data la responsabilità nientepopòdimenoche al ministro Sandro Bondi.

A me pare, invece, del tutto coerente e logica. D’altronde Bondi è ministro della Cultura…

(facile ironia! )

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una crisi grande come il mare

Posted by vaiattila su 8 maggio 2010

Giro tra i diversi siti che si occupano di economia. Colgo argomentazioni interessanti, stimoli, spunti. Mi pare che la prima cosa da dire sia che da questa crisi non ne siamo fuori. Anche noi italiani che siamo stati i più bravi in assuluto che questa crisi l’abbiamo prevista prima degli altri e prima di tutti gli altri abbiamo detto: non facciamo niente, facciamo come se la crisi non esistesse… prima o poi si stuferà di romperci le scatole e se ne andrà..  e comunque, siccome non sappiamo assolutamente cosa fare tanto vale negare tutto… la crisi c’è, anzi c’è stata, anzi c’è la ripresa, anzi ci sono segni di ripresa, anzi stiamo per uscire, anzi cresceremo.

Il punto è che la situazione è veramente complessa e che più che ad una crisi finanziaria si dovrebbe guardare a questa crisi come a una crisi di un modello. Cioè ho come l’impressione che non siamo di fronte ad un elemento contingente, mutevole, relativo, ma di fronte ad un qualcosa di strutturale, un qualcosa che ha direttamente a che fare con il modo con il quale sono costruite le fondamenta della nostro sistema economico,

Guardiamo alla crisi della Grecia. La Grecia ha in qualche modo seguito ed ampliato il modello italiano.  Grande evasione fiscale, grande indebitamento, grande inefficienza della pubblica amministrazione, grande clientelismo. Poi ci ha messo di suo anche dati falsi ed altre amenità.

Fatto sta che questo paese è in crisi marcia e non è più in grado di onorare i propri debiti. Quindi è in uno stato di insolvenza e di crisi. Si dice: è la crisi dell’euro.. se la Grecia tracolla avremo una catena di fallimenti di altri stati dell’area euro.. Da prima questa cosa mi sembrava anche verosimile, ma più passa il tempo e più mi chiedo: ma di che stiamo parlando? quale è la connessione tra l’euro, la sua debolezza e il debito pubblico greco?

Niente… il problema di sposta. Non è un problema di moneta che mette alle corde la Grecia,  (in caso è che la Grecia, se non fosse entrata nell’area euro potrebbe semplicemente svalutare del sua dracma e in qualche modo provare a galleggiare, ma non è detto  che questo riesca, anzi…)In realtà è un problema di politica. Uno stato europeo, che appartiene all’unione europea è di fatto fallito. Che fanno gli altri stati, lo aiutano? lo mollano? fanno vinta di nulla?

Alla fine non l’Europa, ma alcuni stati dell’Europa, si sono detti, ma sì, diamogli una mano….

Noi Italiani, da sempre smargiassi, ci siamo fatti subito promotori di questa misura.

Ora, se io ho un debito che devo pagare assolutamente e non ho soldi, posso provare a chiedere ad un amico un prestito. Ma non vado a chiedere un prestito a chi so che è indebitato quanto me. Vado da chi so che ha grandi risorse ed ha disponibilità di  denaro liquido.

Invece, alla Grecia i soldi li diamo noi ed altri che comunque, in questo momento, non hanno soldi disponibili. Cioè in questo modo aumentiamo il debito della grecia (che con i soldi che le diamo copre parte dei debiti che già ha, ma alla fine il debito complessivo cresce) e aaumentiamo anche i debiti nostri in quanto non possiamo finanziare la Grecia che aumentando a nostra volta il nostro debito.

Ed ecco il complesso del debito dell’area dei paesi dell’euro cresce. Cioè ci siamo fatti del male. E l’euro è più debole e l’incertezza sale….

MA questa è solo una vicenda che denota come siamo complessivamente allo sbando, al vai da te senza una via d’uscita…

Le risorse energetiche. Anche questa questione è lungi dall’essere affrontata.(post precedente)

Il fatto è che la crescita, se in qualche modo esiste è legata al fatto che una parte del mondo, quella che cresce maggiormente, si trovava in una situazione di grande arretratezze. In questi anni è cresciuta in modo incredibile ed ha ancora notevoli spazi di crescita…. per quanti anni?

Per quanti anni potremmo assistere al miracolo economico di Cina India Brasile?

cinque? Sei? e dopo? Quando il popolo cinese avrà raggiunto un livello di benessere simile a quello nostro, cosa succederà? Succhieremo ogni stilla di petrolio dalla terra ede inventeremo nuove risorse energetiche. Questo è poco ma sicuro. MA poi potremo continuare a pensare  di crescere  o inevitabilmente ci troveremo di fronte ad una qualche recessione?  Cinque o sei anni o anche di meno… e la politica, che dovrebbe prevedere e pensare al futuro non sa o non vuole guardare a questo medioevo prossimo futuro che sfocerà o in una guerra folle o in tensioni sempre più pesanti…avanti così, con la politica fai da te, senza osare nulla che non sia la trita bestialità della “ripresa” dello”sviluppo” del “rilancio”.

Da qualsiasi parte si guardi, solo di questo si parla, alla faccia della realtà che nessun politico osa guardare in faccia.

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il petrolio e il male minore

Posted by vaiattila su 4 maggio 2010

Stavamo a tavola quando, sul finir della cena, l’ingegnere se ne esce con una domanda rivolta a me…”Ma secondo te, ci autorizzano un intervento del genere?”

L’ingegnere (figlia degenere di una famiglia di artisti ed umanisti quali noi siamo) ha il dono della “semplificazione”. Cioè, a fronte di problemi complessi, riesce a ridurne l’impatto a volte in modo sorprendente, altre volte, perchè nessuno è perfetto, in modo troppo radicale, con risultati forse meno apprezzabili.

alla questione prettamente tecnica, si tratta di bonifica di un sito contaminato pesantemente, si aggiunge il tema introdotto da mia moglie sull’aspetto “qualitativo”‘ e metodologico. Poichè mia moglie, a parte gli studi economici, è un artista l’elemento qualitativo nasconde anche una valenza estetica.

LA discussione prende pieghe inaspettate. Ad un certo punto, incautamente, l’ingegnere introduce il concetto di “male minore” e la cosa degenera.

Lo so, la colpa è mia, ma di fronte al tema “male minore” l’aleatorietà dell’aggettivo  “minore” contrasta con il sostantivo “male”.

capiamoci: non è che il non colga la differenza… tra il cadere da una sedia e il precipitare dal decimo piano, colgo immediatamente cosa sia il male minore, ma in altri casi, non sono propriamente così convinto di cogliere il senso del male minore.

Il discorso si sposta sul petrolio e sulla nostra società che è profondamente piantata su questo combustibile.

Se è vero che abbiamo raggiunto ed utilizzato almeno la metà del petrolio disponibile e siamo entrati in una fase tutta nuova del rapporto tra domanda ed offerta, dove ,’offerta comincia a scarseggiare rispetto alla domanda allora, ed ecco la mia confusione, non è così facile comprendere quale sia “il male minore”.

Stando a quanto  ci è dato capire le prospettive non sono particolarmente felici.

E anche il disastro della Luisiana rappresenta un salto di qualità nella drammaticità della crisi. Estrerre petrolio diventa sempre più costoso e sempre più difficile. Con l’aumento delle difficoltà aumentano ulteriormente i costi e i possibili danni ambientali… Se è vero che nel 2015 avremo una carenza del 10% di offerta di petrolio, sarà inevitabile l’aumento dei prezzi e la penuria di carburante…

Se per alimentare l’offerta necessaria oggi andiamo a trivellare fino a 1500 metri, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, significa che sarà sempre più difficlile estrarre la nostra “manna”…

Potremmo sacrificare altre terre, altre vite, alti ambienti: Cwrto nulla ci potrà fermare e nulla sembra contare tanto quanto il petrolio. Perchè il punto è questo: non  c’è alternativa.

LE energie rinnovabili?  il nucleare? per quanto possa essere difficile da comprendere in termini quantitativi la richiesta di petrolio ha ripreso a crescere dopo un calo decisamente limitato e conseguenza diretta della crisi. Tra breve, si calcola, ci avvicineremo ai cento milioni di barili al giorno, nonostante i miglioramenti qualitativi di utilizzo dell’oro nero, nonostante l’incremento delle energie rinnovabili, nonostante tutto… e nulla sarà in grado, in questi pochi anni, di colmare il differenziale tra domanda (in crescita) e offerta (in calo).

Ci stiamo avviando verso un pewriodo dove le crisi saranno dure, durissime e lo scontro commerciale lascerà morti e feriti sul campo. PEr non parlare di uno cento mille disastri ecologici che si prospettano grazie alla bramosia si realizzo, alla difficoltà di estrazione e alla spregiudicatezza delle compagnie petrolifere…

Tutto questo lo possiamo classificare alla voce “male minore”.

Nessuno si sogni, nemmeno per un attimo, di perdere di vista il Pil. Solo dalla sua crescita dipende la nostra prosperità…

Tutto questo prossimamente su questo schermo!

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interlocutore

Posted by vaiattila su 30 aprile 2010

La questione è dilaniante: Fini è o meno un interlocutore del PD?

Su questo punto molto si dibatte e la faccenda trabocca da ogni intervento…cioè, come troppo spesso accade la cosa si trasforma in un tormentone senza capo ne coda.

Mentre il popolo del PD (ormai il concetto di “popolo” sta assumendo valenze parrocchiali) si interroga, io mi sto chiedendo come, a mia volta, diventare interlocutore del PD

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noi ce la faremo…

Posted by vaiattila su 27 aprile 2010

al questione petrolio è quasi più affascinante della questione della crisi greca… E quando parlo di petrolio non parlo tanto di quella quisquilia ambientale costituita dal greggio che sta arrivando a lambire le coste della Luisiana, quanto piuttosto di un problema di fornitura. Se è vero che nel 2015, ossia tra soli quattro anni è prevista una carenza di materia prima del 10% rispetto al fabbisogno (non dimentichiamo che c’è chi cresce del 10% ed oltre di PIL e , fatalità, non è lo stato di San Marino, ma la Cina) dovremo fronteggiare effettivamente una crisi che continuiamo a far finta di non vedere, ma che sarà sicuramente molto impattante sulle nostre abitudini.. Aumento dei costi, prima di tutto, ma forse anche settori deboli che non potranno “sostenere” l’impatto degli aumenti.

Penso ad esempio all’agricoltura…già il settore è in profonda crisi… cosa succederà?

io sto pensando di rinunciare alle macchine motrici, trattore, motocoltivatore ecc che funzionano a gasolio o a benzina, LA mia risposta alla crisi sarà in chiave oscurantista: voglio un cavallo!! con lui, con la sua forza, mi metterò ad arare, dissodare, fresare…. altri useranno altre tecniche.

Io sono consapevole che la mia scelta sarà perdente. Quasi folle, sicuramente stupida.

Sull’altro fronte, quello illuminato, tecnologico, lungimirante, le scelte andranno nella direzione dello sviluppo. Gli antesignani di tale visione, sicuramente vincente, sono quei due utilizzatori finali di escort  che si chiamano Putin e Berlusconi. Loro si sono consultati e di comune accordo ci vengono a raccontare che svilupperanno il nucleare nei rispettivi paesi… Da due così, sostenitori del partito dell’amore, avremo solo del gran bene…

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storie ordinarie di pubblica amministrazione

Posted by vaiattila su 23 aprile 2010

Da inizio dell’anno ho definitivamente smesso la mia attività di consulente per le pubbliche amministrazioni. In primo luogo perchè non ho più nulla da dire e poi perchè proprio non so comportarmi. Sono del tutto inadeguato. non sono bastati 26 anni da dipendente e circa una quindicina come consulente a vario titolo per insegnarmi come ci si deve comportare..

Sono, tanto per essere franco, un vero cretino.

I fatti: venerdì una telefonata di prima mattina… una voce amica mi racconta di un bando andato a male… una situazione di stallo… alla base sicuramente un errore….

In via amichevole dico la cosa più ovvia. annulli il tutto  e rifai il bando…. Ma sì ma abbiamo molta fretta (e quando mai nella pubblica amministrazione non c’è molta fretta…l’urgenza è la regola….).. Sto per congedarmi, ma dall’alto capo del telefono arriva la richiesta… non è che hai un momento per vedere le carte… ci servirebbe un tuo parere…

Ecco che in me scatta l’orgoglio del cretino… mi combatto dentro… un voce mi dice: non accettare… dì che devi trapaintare 800 piantine di insalata…. di che devi andare a dare da mangiare alle galline… forza, non fare il mona….

E dalla mia bocca esce, non so perchè… un ” sono occupato fino alle cinque (venerdì pomeriggio dopo le cinque dentro un ufficio pubblico non ci stanno nemmeno le formiche….) ah, bene, allora ci possiamo vedere anche alle cinque e mezzo sei… quando vuoi…

Mi sono fregato con le mie mani ed ecco che alle cinque e mezza di un venerdì da cani mi ritrovo a scartabellare al cospetto non di uno, ma di ben tre funzionari  di alto livello… che mi hanno aspettato… perchè non ho detto che mi sarei liberato per le sette e mezzo? almeno mi sarei preso una soddisfazione, cretino che non sono altro…

ognuno mi spiega una parte del discorso, rubandosi la parola uno con l’altro, Ognuno porta la sua interpretazione… ermeneutica… esegesi… escatologia del pubblico incanto…

nessuno sembra, ovviamente aver letto le carte.. E’ stano. Grandi teorie, ma nessuno che sa dire cosa ci sta scritto davvero dentro quel corposo fascicolo fatto di capitolati, di relazioni tecniche, di bandi e disciplinari…

E le mie domande, che vorrebbero avere risposte secche e precise, diventano pretesto per la creazione di opinioni disparate e sostenute da logiche extraterresti.

Mentre continua il cicaleccio io mi leggo le carte… è come un romanzo un po’ alla volta la questione comincia ad interessarmi perchè è incredibilmente complicata…E alla fine soccombo: datemi le carte… lunedì mattina vi do una risposta.

Con somma gioia di mia moglie passo il sabato e la domenca a stidiarmi le carte… erano mesi che non  sfogliavo cotante amenità… quasi ci provo gusto….

Il lunedì mattina alle nove prendo il telefono ed espongo le mie conclusioni…. dall’altra parte del cavo mi sembra ci sia accordo con quanto espongo… senti, mi rispode il mio interlocutore…. parlo con l’assessore poi ti chiamo…

alle dieci nuovo telefonata. Bene, dovresti farmi un parere e spiegare, così come hai spiegato a me, la cosa. Dovresti proprio farti capire bene perchè altrimenti non ne usciamo…

E sì, dico io, ma non ho tempo… ho altro da fare..Insiste ma dai… e poi è urgente…  dentro di me l’unico argomento che mi convince è un argomento che conosco bene solo io .e appartiene all’ambito della mia  cretineria.. Dico di sì. purchè questa cosa cessi al più presto….

come è come non è passo l’intera notte tre lunedì e martedì a studiare e scrivere.. e più esamino la questione e meno si allargano le maglie dell’interpretazione… non ci stanno scappatoie furbe, non c’è dubbio: il mio parere diventa quello leggendario di Bartali: tutto sbagliato… tutto da rifare…

Alle otto e trenta di martedì mattina mando il mio parere… et de hoc satis

Dopo due giorni, incuriosito per il silenzio dall’altro capo del telefono, mi faccio forza e chiamo io…. prima uno, dopo l’altro, poi l’altro ancora… il mio parere, così urgente, così impellente nessuno l’ha ancora letto… almeno così rispondono, perchè sicuramente qualcosa di assolutamente più urgente ha fatto slittare l’ordine del cosmo amministrativo…

bene, tutto questo io lo dovevo sapere prima… ne ero certo. l’urgenza che pressava il mondo è ora un attimino regredita…certo solo un cretino poteva caderci ancora dopo quasi quarant’anni che conosco questo modo di fare….. tra qualche giorno, forse tre o quindici l’urgenza con cui sono stato interpellato riprenderà vigore, su rafforzerà e si avvicinerà alle coste come ogni grande ciclone che attraversa quotidianamente ogni amministrazione comunale… ma poi una corrente amica, lo devierà, proprio nel momento in cui stava per creare problemi una qualche altre perturbazione, ancoro più grave, ancora più minacciosa, farà dimenticare per un po’ il dramma che avremmo potuto vivere, ma che inevitabilmente  sarà messo in lista d’attesa… e via per altre incredibili avventure.

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riforme

Posted by vaiattila su 17 aprile 2010

Ricordo la fine degli anni sessanta del secolo scorso. Il Partito Comunista aveva preso a definirsi “riformista” e non solo nella sua componente più spostata verso il centro(Amendola, Napolitano) ma anche in quella di matrice più ortodossa.

Io ero giovane, ma nutrivo qualche diffidenza nei confronti del PCI. Ero più interessato ai movimenti non violenti,  distribuivo a scuola una rivista che si chiamava, mi pare,” azione non violenta” di Aldo Capitini, provavo un profondo disagio e distrezzo per quanto i mitici ” americani” stavano combinando in Vietnam,  avevo letto il “che fare” di Lenin e poi mi ero avventurato in Marxismo ed empiriocriticismo e avevo deciso, dentro di me, che il buon Lenin proprio non mi piaceva… poco più tardi, all’esplodere del mito di Mao, mi ero rifiutato anche solo di leggere il “libretto rosso”… però, devo dire, che all’epoca il dibatitto politico era appassionante.

Bastava al liceo avere un professore in qualche modo  vicino al PCI che molto spesso le lezioni si trasformavano in veri dibattiti, aperti, appassionati e molto stimolanti. Così come era facile andare verso un osteria qualsiasi la sera e ritrovarsi coinvolti in discussioni a non finire. Ma anche le parrocchie e le associazioni cattoliche erano piene di dibattiti Dal catechismo olandese, a don Milani, da l’Isolotto al Concilio…

Io ero diventato abbastanza amico di un professore all’epoca di stretta osservanza pci. Succedeva anche che qualche volta mi invitasse a pranzo  e nascevano delle discussioni animatissime alle quali partecipava anche sua moglie, che era perfino più intrigata dentro la politica di lui. Io non capivo, all’epoca, che cosa significasse volere le riforme.

Bisogna fare la riforma della santità

Bisogna fare la riforma dell’agricoltura

Bisogna fare la riforma della scuola

e via dicendo. Il mio amico vedeva lo stato di allora totalmente fermo, in vent’anni dalla resistenza non si è cambiato nulla … basterebbe una riforma, una sola e la società si  mette in un ciclo di modifiche progressiste modificando l’intero assetto statale, i rapporti sociali, i rapporti tra le classi (all’ epoca si parlava ancora di classi!)

Io ero molto scettico, ma ero anche molto giovane. Le riforme mi dicevano poco, molto poco.

Poco alla volta le riforme, però si fecero. Mi pare di ricordare il famoso Piano verde di Ferrari Agradi (mi pare sia stata, quella agraria, una riforma pessima, ma è solo un impressione)  poi ci furono le regioni e il decentramento, poi la riforma sanitaria, poi venti o trenta riforme della scuola, e via cantando.

Ma per tutti gli anni ottanta il tema del riformismo restò vivo. Poi, con la seconda repubblica, a parlare di riforme fu principalmente la destra.

Prima di tutto la grande riforma fiscale. Due aliquote, la più grande attorno al 30% perchè, secondo il Grande Riformatore, Silvio Berlusconi, era più o meno quello che era  umanamente tollerabile, poi la riforma del federalismo, poi la riforma della pubblica amministrazione e quella della giustizia, e poi la mamma di tutte le riforme: la riforma della Costituzione.

C’è da dire che Silvio ha trovato alcune difficoltà nel suo cammino riformista. Prima di tutto la magistratura comunista. In un paese dove i vari ragruppamenti ispirati al comunismo non raggiungono nemmeno un quorum minimo, questi sono riusciti ad impossessarsi di tutta la magistratura. Dalla piccola pretura fino alla corte di cassazione e alla corte costituzionale è tutto in mano ai comunisti. Io lo so perchè ho visto magistrati che leggono La Repubblica ed altri che pretendono di mettere in discussione le leggi fatte dal popolo definendole incostituzionali.

Il grande riformista, appunto, ha trovato molto difficoltà sul suo cammino.

Finalmente, però, dopo il suo grande successo elettorale alle regionali ultime, ha potuto uscirsene con un “finalmente!” ora nessuno potrà impedirmi di fare le riforme. (prima c’era un’entità non meglio identificata che gli impediva di sistemare le cose di questo povero paese) .

Passano solo pochi giorni che Fini, il vecchio Fini, l’uomo che da Silvio è stato sdoganato dal ruolo di opposizione di destra un tantino filo fascista, e per questo non del tutto apprezzato dalla nostra borghesia illuminata, si mette un po’ di traverso. Rivendica una visibilità che il binomio Bossi Berlusconi non gli lascia.

Non sarà che per questo saltano le riforme?  Visto i presupposto delle riforme c’è da augurarselo.

Intanto, con la solita stupidità che ci contraddistingue, io e mia moglie ci chiediamo se, per caso, non stiamo cadendo in un nuovo fascismo. Ma ormai in Italia non esistono più luoghi dove la gente normale possa discutere. Lo fanno per noi  pochi eletti in televisione. e noi assistiamo tranquilli, a questo chiacchierare litigioso e senza spessore, a questa sequela di stupidate recitate male e senza costrutto. Però siamo comodamente seduti in salotto…

E’ un bel vivere.!!!!!

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