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la grande depressione

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la grande depressione

Posted by vaiattila su 18 novembre 2010

il mio potente centro studi economico lo aveva previsto già con largo anticipo rispetto alla concorrenza. Così solo oggi, con notevole ritardo anche il centro studi delle Confindustria, mette in discussione la possibilità di arrivare ad una crescita per il 2010 del 1%. di PIL

Io, però, privilegio di un osservatorio straordinario che è quello di vivere a pieno la crisi, nel mezzo del Veneto dei capannoni e per di più in un affanno economico personale che mi fa toccare con mano l’assenza di ogni pospettiva che attanaglia ogni piccolo imprenditore.

Sono mesi che piove quasi ogni giorno ed ogni giorno si annuncia un emergenza. Un emergenza ambientale che si sposa con un emergenza economica ma che definirei, più che produttiva, un emergenza di modello: che cavolo di modello produttivo vogliamo perseguire?

Per anni le illuminate forze intellettuali della destra e della sinistra hanno “parlato” di sviluppo legando comunque questo “sviluppo” all’idea che dovessimo puntare su una produzione tecnologicamente più avanzata, abbandonando progressivamente l’attività manifatturiera di piccolo cabotaggio. E’ inutile che ti metti a fare concorrenza ai cinesi producendo magliette di cotone… fai cose ad alto contenuto tecnologico o ad alto valore aggiunto puntando sugli elementi forti della nostra economia, l’alto valore tecnologico e l’alto valore estetico.

Come se Cina e India non fosse in grado di “competere” sul piano dell tecnologia… mi pare di capire che così non sia, anzi. E attenzione: anche nel mercato dell’arte cina ed india stanno sempre di più pesando. Non è secondario. Noi italiani siamo assenti dal mercato internazionale ormai dai tempi della transavanguardia…..(sono trent’anni che non contiamo nulla …)  loro nel mercato internazionale, invece, ci stanno sempre di più…..

Così, ragionando astrattamente, nessuno che abbia focalizzato l’attenzione, la vera attenzione, su quella che è la grande arretratezza italiana che si chiama “pubblica amministrazione”. E’ vero, ogni tanto Confindustria si rammenta di questo bubbone e lo sciorina nel convegni e nelle feste di rappresentanza , ma sembra quasi un tentativo di “cercare scuse” per la impossibilità di uscita o semplicemente per frenare la particolare crisi italiana... Per due anni il nostro governo ci ha raccontato la fiaba della Germania che soffriva quanto e più di noi… ora che la Germania traina una crescita europea dalla quale siamo tragicamente esclusi, abbiamo perso il riferimento.

Ma dove era la Confindustria e dove era veramente l’opposizione, quando si parlava di “riforma” della Pubblica amministrazione?

Se si fanno a vedere le proiezioni di Repubblica si vedeva il ministro più amato dagli italiani schizzare al massimo del gradimento… e si vedeva lui, l’intellettuale, l’economista, il decisionista, il tagliatore di teste, il giustiziere, il castigatore dell’assenteismo, il riformatore, il rivoluzionario portare avanti una splendida riforma della pubblica amministrazione che nel giro di pochi mesi metteva l’Italia in grado di “competere” .. anzi di essere all’avanguardia di una riforma, anche tecnologica, a costo zero.

Così si rispolveravano tutte le grandi innovazioni dallo sportello unico, alla digitalizzazione della PA, al  telelavoro, alla firma informatica, alla mail certificata… tutta roba che si ritrova già regolata da leggi del 2000 e precedenti, allora disattese ed oggi rilanciate come novità assolute….

MA siamo ancora là. Fermi ad enunciare riforme che non saranno mai applicate ma se dovessero essere applicate, mostrerebbero tutta la loro strutturale debolezza, perchè sono operazioni che non vanno mai al nocciolo della questione. Non colgono, cioè l’essenza di un apparato statale del tutto inadeguato,

E’ una inadeguatezza che risale, probabilmente, al dopoguerra, ma che è stata nutrita dagli anni della Milano da bere, dal tangentismo, dalla interferenza continua tra politica, clientelismo e affarismo…E questo andava bene ad una parte molto aggressiva della borghesia italiana costituita da banchieri e costruttori siano essi stati Berlusconi (edilnord) o Agrnelli (impregilo), Ligresti o Caltagirone. E cito solo questi, ma è evidente come, solo ad evocare questo nomi, si evochi un incrocio tra imprenditoria e politica che non poteva che trarre beneficio dalla inefficienza della pubblica amministrazione. E questo solo per rappresentare un qualcosa di evidente a chi ha seguito anche distrattamente la politica italiana dagli anni settanta ad oggi. Ma ogni comune, dal più grande al più piccolo, ha avuto il suo intreccio affaristico…. è stato ed è l’unico modo di avere lavoro. Anche adesso che non c’è più trippa.

Non ho dubbi nell’affermare che chi, politico o pubblico funzionario, abbia tentato di lavorare correttamente dentro questo meccanismo, sia stato alla fine o emarginato o integrato nel sistema per getto della spugna. Sicuramente chi lavora secondo correttezza e senza venire a compromessi col nemico, viene, in un modo o nell’altro, espulso da sistema amministrativo perchè rappresenta una minaccia  ed un ostacolo alla macchina dello stato.

Non è solo il racconto di tangentopoli. E’ anche quello della protezione civile e di tante altre piccole e grandi attività di cricche  consorterie,  lobby,  cosche, gruppi di amici, compagni di merenda e dove non sai più chi sia causa e chi sia effetto di questo sistema. Come sintetizzava meravigliosamente bene Bossi “è tutto un magna manga” e nulla ha fatto, lui, per restarne fuori… anzi!

Ma in tutti questi anni non si è creato un vero movimento di riforma delle istituzioni, perchè è sempre mancata da noi una “visione” strategica della nostra società. E d’altra parte ad una società così corrotta e così incline a spogliare la funzione pubblica che cosa interessava creare una visione strategica? un idea di società che uscisse dalle generiche affermazioni di “giustizia sociale” (proclamata indistintamente da tutti e perfino implicita nel sogno berlusconiano di “più di tutto per tutti”).

Nemmeno la sinistra che almeno questo sforzo sotto Berlinguer lo aveva in qualche modo tentato, ha prodotto alcunchè: Che cosa si cela dietro lo “sviluppo” richiesto da Bersani? quale sviluppo, quale economia, quale Stato? Ed è solo un problema di “buona amministrazione”?

ne dubito.

Il fatto è che siamo entrati in una grande depressione. Peggio di quella fatidica degli anni trenta, aggravata dalla nostra “pesantezza” italica, e da questo scempio ambientale che ci ritroviamo proprio per effetto di quella rapina del territorio che il connubio affari e politica ha ampiamente contribuito a costruire.

E possiamo chiedere a questa classe politica ed imprenditoriale di tirarci fuori da questa depressione?

Sperarlo è solo follia: qualcos’altro deve necessariamente succedere e non è detto che questo vada nella direzione che sarebbe lecito augurarsi…

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