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la grande depressione

La riforma Brunetta – capitolo secondo

Posted by vaiattila su 8 ottobre 2010

conoscere la pubblica amministrazione

Appena assunto l’incarico di Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione il professor Renato Brunetta comincia a martellare gli organi di informazione con la sua campagna contro i fannulloni riscuotendo simpatie ed ampi consensi da ogni parte, compresa l’opposizione che si limita a storcere il naso solo rispetto agli atteggiamenti un po’ sopra le righe talvolta ostentati dal Ministro.

Il Governo Berlusconi prende l’avvio l’8 maggio 2008. Il 25 giugno 2008, a tempo di record, viene emanato il decreto legge 112: “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Dentro questo decreto legge ci stanno pure le prime norme contro i fannulloni della pubblica amministrazione.

Già a luglio, quindi trascorso neanche un mese, il ministro Brunetta può dichiarare in una intervista al Secolo XIX che l’assenteismo nella pubblica amministrazione è calato a luglio del 30%. A questo annuncio resto letteralmente basito. Come è possibile che in soli tre giorni la pubblica amministrazione abbia già raccolto un dato tanto complesso?

Chiunque abbia una conoscenza anche sommaria di quanto vasta sia l’articolazione della pubblica amministrazione non può che chiedersi su quali elementi il ministro poggi le proprie statistiche.

Se lo Chiede anche Giulio Zanella sul blog Noise From Amerika.org. Ma all’inizio della vicenda l’unico detentore del dato resta solo e sempre lui: il Ministro.

Mi immagino che l’indagine sia a campione e che il campione dovrebbe prendere in considerazione, per esempio un ministero, almeno un grande comune del nord, e uno del sud, almeno una decina di comuni medi sparsi per l’Italia e qualche altro ente, una Regione…Si fa presto a dire. Per chi non ha idea di cosa sia una pubblica amministrazione…

Quando fui costretto a fare il fannullone per la prima volta, perchè, come ho già detto, mi ritrovai a finire il lavoro troppo in fretta per i ritmi ordinari del mio comune, detti la mia disponibilità al sindacato aziendale di andare a consegnare nel vari posto di lavoro le comunicazioni sindacali fatte rigorosamente con il ciclostile..

Erano gli anni settanta e non esistevano mail o fax. Le consegne dei volantini, i comunicati di sciopero (quanti scioperi in quelli anni!) e quant’altro, erano fatti rigorosamente a mano.

Come una decina di altri miei colleghi , venivo messo in permesso sindacale per tutta la giornata, mi veniva dato un pacco di volantini e una lista ciclostilata di indirizzi…. di un solo quartiere. Il mio incarico, in quel giorno, consisteva di recarmi nei diversi uffici decentrati . Uno non se lo immagina nemmeno. Pensa al Comune e di solito lo individua in un edificio centrale della propria città. Municipio. Io lavoravo, appunto nella sede centrale, e avevo la percezione dell’esistenza di altre tre o quattro sedi decentrate… Ricordo che l’Urbanistica stava da una parte, e la pubblica istruzione in un altra ..

Invece erano pagine e pagine di indirizzi: la farmacia comunale di via tal dei tali, la scuola materna di questo, la biblioteca pubblica di quell’altro, la sezione decentrata del vigili motorizzati, la sezione decentrata dell’anagrafe, l’ufficio decentrato del mercato, quello della pesa pubblica, quello dei bagni pubblici… Per non parlare dei vari depositi e dei servizi dell’economato: il magazzino dell’illuminazione pubblica, quello del pronto intervento stradale, quello dell’archivio dell’Edilizia Privata…di chi più ne ha più ne metta.

Certo, negli anni settanta non esisteva l’informatica. Oggi il sistema di rilevamento delle presenze sul luogo di lavoro è molto cambiato. Esistono i badges. Uno arriva, accosta la sua tesserina al rilevatore ed è fatta… l’ufficio personale è in grado di sapere in tempo reale chi c’è in servizio quel giorno… per tutto l’ente. No, per quasi tutto l’ente, diciamo per un 95% dei nostri servizi, perchè chi non ha fatto il galoppino del sindacato negli anni settanta, non sa quanto sia “articolato” il proprio comune. Siccome fare una linea dedicata per mettere un rilevatore di presenze in tutti gli uffici del comune costa troppo (così almeno dicono, ma probabilmente oggi con pochi soldi si riesce a fare un ottimo sistema di rilevamento ) ci si affida ancora al buon vecchio telefono.

Immagino che la richiesta del ministro sia stata perentoria. Tu comune di …. devi darmi entro le ore 12 del giorno 1 agosto tutti i dati sulle presenze ed assenze del mese di luglio…. Panico. Il primo di agosto?! Con metà del personale in ferie! Gran parte dei dati li abbiamo di sistema, ma mancano i dati delle sezioni della polizia municipale, e quelli del sistema bibliotecario e quelli dell’ufficio verde pubblico (sette dipendenti) e quello dell’ufficio statistica (otto dipendenti compresi tre addetti al rilevamento dati ).

Telefonata alle nove di mattina al comando Polizia Comunale… vogliamo i dati delle presenze di tutte le sezioni.. Ma adesso non è possibile… sono tutti fuori… Come non è possibile?! Passami il comandante! Presto, reperire subito i vari capi sezione… parte un emergenza… subito tutti i dati, subito! E dall’altra parte, ma chi tiene le presenze del personale della sezione è in ferie, è in malattia, è in permesso per maternità… no, no! I dati e subito… emergenza!

E dal ministero telefonano concitati… a loro mancano un casino di dati e qualcuno del Ministero della Pubblica Amministrazione e Innovazione comincia a sclerare, sono le dodici del primo agosto e i dati non ci sono ancora…

Io forse esagero e non prendo nemmeno in considerazione l’idea che da qualche parte qualcuno prenda un foglio excel e con molta professionalità si disimpegni con maestria… quale è il problema? Riduzione delle assenze per malattia? Ecco qua, Fatto!

Macchè, sono io che vaneggio, confuso dalla piccola realtà che conosco e non posso nemmeno immaginare i potenti mezzi di un Ministro che riesce ad avere in tempo reale i dati delle presenze della pubblica amministrazione. Venerdì trentuno luglio gli assenti di tutta la pubblica amministrazione in Italia sono tot, quindi la media di assenteismo del mesi di luglio è del trenta per cento meno del mese precedente. Poiché il primo agosto cade di sabato e poi, stando alle statistiche del ministero, il due agosto è domenica, va da sé che l’annuncio del grande trionfo della politica di riduzione dell’assenteismo può essere data alle stampe lunedì tre agosto 2008. Abbiamo ridotto l’assenteismo del 30%!

Un vero trionfo!

E’ evidente che non sono informato sui fatti e soprattutto ho una visione distorta e settoriale della questione.

Me lo conferma in modo palese l’uscita della “indagine pilota – monitoraggio delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici – seconda puntata -.periodo maggio/luglio 2007 – maggio/luglio 2008” pubblicata sul sito del ministero per la Pubblica Amministrazione in data non specificata ma che a pagina 5 dello stesso dichiara che “al momento della chiusura della rilevazione (ore 20,00 del 6/8/2008) le assenze per malattia registrate nel luglio 2008 si sono ridotte del 37,1% rispetto a quelle del 2007”

Il ministro aveva già previsto tutto.

In realtà tutto il sistema di rilevazione dei dati, almeno all’inizio, sembra abbastanza casereccio. E’ un campione causale. Alla prima puntata dell’indagine pilota, relativa al confronto giugno 2007 giugno 2008, partecipano 27 amministrazioni, alla seconda puntata le amministrazioni partecipanti salgono a 70. Poi subentra l’Istat che dà una sistematicità al metodo di rilevamento che assume un tono più serio, ma fatalmente meno interessante dal mio punto di vista, perchè i dati che ci dà l’Istat sono aggregati e “raccontano” un po’ meno della realtà.

Io non metto in dubbio il dato sulla diminuzione delle assenze, Mi sembra francamente poco interessante. Se all’improvviso si riducesse tutto l’assenteismo della pubblica amministrazione a zero, sono convinto che la produttività non cambierebbe di un etto. Cioè mi sento di smentire nella sostanza l’affermazione del ministero che esplicitamente afferma a pagina sei dell’indagine pilota che

l’aumento delle presenze dei dipendenti negli uffici pubblici (la stima è di oltre 25.000 persone in più) comporta più servizi e più qualità delle prestazioni offerte: meno code, maggiore reperibilità, minori chiusure per carenze di personale ecc…”

Ecco che ricompare la visione , per nulla confortata dalla realtà , che afferma meno assenteismo più produttività.

L’indagine casereccia del Ministro, invece, è molto interessante per un altro aspetto: nell’indagine pilota parte seconda sono riportate delle schede che alla riga H ed I riportano i provvedimenti disciplinari avviati e quelli conclusi nel periodo di riferimento dell’indagine.

Mi sono permesso di cimentarmi nell’arte statistica e scoprire così che solo il 42% delle amministrazioni pubbliche ha fatto anche solo una minima attività di repressione del fenomeno dell’assenteismo.

Ma il dato peggiore si riferisce a quello che accadeva prima che il ministro Brunetta iniziasse la sua crociata. Le 70 amministrazioni oggetto dell’indagine pilota occupano complessivamente 205.914 dipendenti. Nel mese di maggio 2007 le giornate di assenza complessive sono state 235.6423 con una media di assenze per malattia pari a 1,14.

LE amministrazioni che hanno intrapreso in quel periodo una attività di repressione dell’assenteismo sono state solo il 14%. Sono stati avviati in totale 163 procedimenti disciplinari e 108 si sono conclusi con una sanzione…

Una sanzione? Forse secondo qualcuno ci vorrebbe il licenziamento… siamo un popolo di giuslavoristi e di giustizialisti, Subito pronti a recriminare e richiedere leggi più severe e poi del tutto inattendibili quando si tratta di applicare la legge. E’ compito forse di un ministro attivare i meccanismi di repressione? Sul dipendente comunale un ministro non ha alcun potere di repressione… è, tecnicamente incompetente, in quanto non spetta alla sua carica, alle sue attribuzioni, procedere alla repressione di un fatto come l’assenteismo. Chi è proposto alla repressione dell’assenteismo è la dirigenza. Se esiste qualcuno cui è direttamente imputabile l’omissione di un obbligo è il dirigente che non si è attivato per controllare e reprimere un fenomeno che va sicuramente posto sotto attento controllo. Eppure l’unica cosa concreta, sicura, prevista dalla legge, nessuno la contesta o la mette in pratica.

E’ un problema di strumenti, è un problema di costi, è un problema di organizzazione, è una assenza di volontà?

Doveva essere agli inizi degli anni ottanta…Non era certo un problema di assenteismo quello che mi vide deferito alla commissione disciplinare. Mi ero rifiutato di firmare la presenza al lavoro per un motivo di orgoglio… Al mio dirigente avevo opposto una disobbedienza palese ed ostentata e non volevo sottostare alle sue disposizioni… – Ti metto assente ingiustificato – disse. – Sarebbe proprio il caso -risposi. Come fu o come non fu mi ritrovai in una vicenda assurda.

La commissione era presieduta da un giudice del tribunale della mia città. Oltre a lui ci stavano tre consiglieri comunali,uno di opposizione e due di governo, un rappresentante sindacale. Avevo diritto ad essere difeso da una persona scelta da me. Ci fu una parte istruttoria e una richiesta dettagliata di chiarimenti che mi fu notificata per iscritto con tanto di diritto di replica entro 15 giorni.

Ricordo vagamente le mie lunghe e puntigliose controdeduzioni. Assolutamente sfrontate. E invece che difendermi romanzai la situazione che mi aveva visto oppormi testardamente al mio capo ufficio.

Recitai, un po’ consciamente e un po’ no, la parte della vittima, dignitosa e offesa nella propria dignità dall’arroganza altrui.

Dovetti essere perfino convincente tanto che il magistrato sembrò parteggiare decisamente per me.

Finì tutto in un richiamo scritto. Una ramanzina ad essere un pochino più accondiscendente.

Devo dire che quella vicenda mi divertì non poco e mi lasciò con la voglia di alzare il tiro ed inventarmi qualcosa di più stimolante. Ma ebbi chiara la sensazione che quella commissione preferiva non capire il senso pesante e sovversivo con il quale mi opponevo al mio preposto.

Dentro questa vicenda ci lessi una costante della vita della nostra pubblica amministrazione: la situazione è grave, ma non è seria.

In realtà tutto il baraccone della commissione di disciplina mi sembrava un assurdo burocratico. Tempo e denaro che si perdeva a fronte di un comportamento (il mio) che doveva essere sanzionato nel giro di cinque minuti..

Tutto questo per dire che non è l’assenza delle norme il problema, ma la loro inapplicazione.

Durante il maggio 2007, quando ancora non si parlava di assenteismo in termini da catastrofe nazionale c’era qualcuno che avviava procedimenti disciplinari e li concludeva sanzionando i dipendenti nullafacenti. Ma circa l’86% della dirigenza italiana faceva ostinatamente finta che il problema non esistesse.

Ovviamente so che i dati con i quali io ho dedotto quanto sopra sono piuttosto aleatori. Ma sono quelli del Ministro. Sulla base di quei dati egli ha potuto proclamare al paese i propri successi. Io ci andrei un po’ più cauto.

I dati. Il nostro modo è pieno di dati, di statistiche, di numeri. Dietro il numero esiste la convinzione di qualcosa di certo, scientifico, sicuro, verificabile.

Quando mi sono incapponito a scrivere questo testo mi sono anche imposto di documentarmi, perchè quello che io conosco della pubblica amministrazione non è detto sia oggettivo. La sua articolazione è tanto complessa e la confusione di chi parla senza sapere è tale che non era proprio il caso che anch’io mi unissi al novero degli opinionisti del Bar Sport.

Dati, mi son detto, documentazione precisa. In questi giorni c’è stata una polemica tra la Banca d’Italia e il ministro Sacconi. Oggetto del contendere i dati su come calcolare il numero dei disoccupati. Il ministro dice: cara Banca D’Italia, non inventarti i dati: Esiste un istituto preposto a fornire i dati ufficiali. Si chiama ISTAT e i suoi dati sono certificati e vengono raccolti secondo una metodologia comune a tutta Europa. Bene, mi son detto, il ministro Sacconi ha ragione. Non devo inventare nulla ma solo accedere al sito dell’Istat. Là troverò tutti i dati possibili ed immaginabili.

Il ministro Brunetta spiattella dati a mitraglia. Maggio – 10, giugno meno questo, luglio meno quello, agosto meno quell’altro. Dentro di me ronza sempre una domanda… ma in termini assoluto cosa significa? Cioè: quanto sono i dipendenti pubblici in Italia, come sono distribuiti, quante assenze fanno a testa, quale è il numero delle giornate complessive perse. Questo tanto per iniziare.

Entro nel sito e cerco di orientarmi… spero di trovare una serie di dati del tipo “pubblica amministrazione”, ma resto deluso. Scorro le varie tematiche, censimento della popolazione, censimento dell’agricoltura, indicatori socio-sanitari, statistiche congiunturali. Tanto di tutto, ma le mie scarse capacità informatiche si arrendono. Vado su “cerca” e digito: pubblica amministrazione. Escono 1099 collegamenti. Raffino la ricerca. Gira, gira… sfoglio pagine su pagine… nulla che sia in grado di darmi la prima risposta alla domanda: quanti sono i dipendenti pubblici?

Sono io che non so trovare. Non ho dubbi, è così. Da qualche parte del sito, in qualche angolo buio sicuramente il dato esiste. Nella rete ci sta tutto e alla rete torno. Digito nuovamente la mia domanda su google e alla fine trovo un documento che risponde in parte alle mie attese. Secondo “l’annuario di statistiche sulle amministrazioni pubbliche – anno 2003” i pubblici dipendenti in Italia sono 3.540.496.

la pubblicazione reca la data del 17 febbraio 2007 (secondo la Ragioneria Generale delle Stato i dipendenti pubblici nel 2003 erano 3.213.521 e secondo i dati di una ricerca del ministero della Funzione pubblica erano 3.108.803). Si tratta di un estratto che l’Istituto di Statistica Nazionale ha pubblicato e che contiene alcuni dati. Nella mia ricerca, però, ho trovato anche altri dati che non starò qua a riportare e che mi fanno sospettare di una qualche approssimazione .. Un esempio semplice?

Quando io fui assunto nei primi anni settanta, l’ente comunale era molto diverso da oggi. Il numero dei dipendenti pubblici era, solo nel mio ente , di 4200 unità. Dentro ci stava pure un folto numero di operai che facevano direttamente la manutenzione delle strade, la distribuzione dell’acqua, la raccolta dei rifiuti e via dicendo… poi si svilupparono le aziende municipalizzate. A partire dagli anni 90 tutto questo si trasformo in SPA. Oggi credo che il numero dei dipendenti del mio comune sia ridotto a meno di 2000. Ma tutte le società a totale capitale pubblico cosa sono se non pubblica amministrazione con un vestitino cucito sopra a malapena per nascondere la loro vera origine?

Tutte queste società, e sono veramente tante in ogni luogo d’Italia, sono giuridicamente società di capitale e dovrebbero comportarsi come società private, ma sono anche società strumentali della pubblica amministrazione e devono a loro volta usare forme e metodi di lavoro del tutto simili a quelli della pubblica amministrazione. Così devono rispettare la normativa sugli appalti e quelle sulla trasparenza, non possono agire sul mercato come società private e di fatto non sono altro che una grande finzione. E tutti questi dipendenti dove stanno? Rientrano nelle statistiche sui pubblici dipendenti? Parrebbe proprio di no. Infatti sono escluse dai computi statistici.

Ecco come si affronta oggi uno dei temi nodali del sistema Italia! Non ci sono dati, quelli che ci sono sono parziali, e ognuno resta libero di dire e pensare quello che più gli aggrada…Riformare la pubblica amministrazione senza conoscerla pare che sia una degli sport nazionali più in voga.

Tanto per citare uno dei temi caldi che recentemente ha animato il dibattito politico: il numero dei precari nella pubblica amministrazione: Quanti sono? La ricerca dell’Itat, riferita all’anno 2003 parla di 400.646 dipendenti a tempo determinato. Secondo l’associazione difesa lavoratori invisibili i precari sono 350.000 Secondo i dati forniti dalla Ragioneria dello Stato sono circa 120 mila a tempo determinato (32 mila nella sanità e 51 mila negli enti locali), 5000 con contratti di formazione lavoro, 10 mila interinali, 35 mila lsu (lavori socialmente utili), 70 mila Co.co.co (12.500 nella sanità e 48 mila negli enti locali). Secondo Giacomo che è un mio amico precario, loro sono almeno la metà dei dipendenti pubblici.

Giacomo non lo dice a caso. Mi cita gli uffici che lui conosce e che un tempo conoscevo anch’io…All’Ambiente, mi dice, sono tutti precari tranne il dirigente, alla pubblica istruzione il rapporto tra precari e dipendenti stabili è 60 a 40, per non parlare del sistema bibliotecario che è stato dato in appalto e che oggi è gestito da una cooperativa e via, in un lungo elenco di dati e fatti che mi suona come stonato perchè mi sposta ogni mio riferimento mnemonico…Sì ma così non abbiamo alcun dato verificabile è tutto troppo aleatorio, soggettivo..

Mi aggrappo ai dati ufficiali dell ‘Istat. Non me ne frega niente se nella realtà dei fatti ci stanno un milione di dipendenti pubblici mascherati da finte società di capitali… non me ne frega nemmeno se questi dipendenti sono due o tre milioni. Per me non esistono.

Riforma della pubblica amministrazione: di cosa stiamo parlando?

Dentro la pubblica amministrazione ci stanno 640.000 dipendenti del servizio sanitario, 1.100.000 dipendenti del settore scuola, 107.000 di quello università, 11.000 magistrati, 320.000 appartenenti ai corpi di polizia, 240.000 dipendenti dei ministeri, 550.000 dipendenti da regioni, comuni e province…

Quando si parla di riforma della pubblica amministrazione di cosa si parla, dunque, della riforma della sanità, di quella della scuola o di quella dell’università? Della riforma degli enti locali o di quella dell’ordinamento giudiziario?

So che la domanda è posta male, conosco anche una possibile risposta, ma ciò non toglie che nel mondo reale, fatto di cittadini in carne ed ossa, quando si parla di riforma della pubblica amministrazione si ha una percezione globale… si pensa alle tasse e al fisco, al canone televisivo e alla sanità, al treno e alle strade, alla scuola e al comune, alle immondizie e alla sicurezza…E’ il rapporto tra il singolo cittadino e l’istituzione… E nell’istituzione ci metto l’impiegato dell’anagrafe che fa il certificato e quello che risponde alla vecchina che gli chiede come deve fare la domanda per avere l’esenzione al tichet sanitario… “signora… trova il modulo su internet…” (vista e sentita direttamente da me medesimo ), come ci metto il medico di famiglia che non viene a fare una visita domiciliare nemmeno per sbaglio…e ci metto dentro anche quanto pago per il telefono..

Tutto questo, e molto altro, a torto o a ragione, ha a che fare con il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. Ma questo tutto è fatto di una infinità di sfaccettature e di competenze molto complesse.

Quando si parla di lotta ai fannulloni, o di “rivoluzione” o di “riforma” della pubblica amministrazione, ho la percezione di una grande trovata pubblicitaria, esterna al mondo reale perchè è solo un grande abbaglio.

E alla fine dentro questo abbaglio cadiamo tutti, Anche i migliori riescono a tagliare il problema a colpi di spada, come accade a Luca Cordero di Montezemolo che da Presidente della Confindustria se ne uscì con una analisi del tutto fantasiosa, forse inconsapevole diffusore di notizie prive di fondamento, forse furbo artefice di una qualche strategia troppo fine per essere da me compresa.

Era dicembre 2007 e il presidente della Confindustria inaugura l’anno accademico dell’università privata Luiss.

Se ne esce con una analisi serrata: Azzerare le assenze diverse dalle ferie porterebbe un risparmio di circa 14,1 miliardi: 8,3 negli enti centrali e 5,9 in quelli locali”. “Tra ferie e permessi vari, un pubblico dipendente è fuori ufficio mediamente un giorno di lavoro su cinque”. E ancora: “Portare la quota di assenze totali, comprese le ferie, a livello di quelle del settore privato, sarebbe un risparmio di 11,1 miliardi”. Pari, dice il nostro, ad un punto di PIL.

Quando lessi questa affermazione rimasi molto scosso… ecco un altro che parla senza alcuna conoscenza del problema. Infatti non esiste alcuna relazione tra produttività della pubblica amministrazione e calcolo del PIL, in quanto nel calcolo del prodotti interno lordo di una nazione entrano i costi della pubblica amministrazione e non la produttività o le ore di lavoro effettivamente fatte. Non è un fatto casuale. Su questo punto l’Europa discusse molto, ma non è stato possibile trovare un qualche indicatore che fosse condiviso e che riuscisse ad indicare la “produttività” della Pubblica Amministrazione. Per questo in regolamento CE 2223/96 “sistema Europeo dei conti” prende in considerazione non le ore lavorate (come avviene per il settore manifatturiero) ma solo il costo della manodopera come emerge dagli importi a bilancio.

ll ragionamento di Montezemolo considera il lavoro del pubblico dipendente alla stregua di quello dell’operaio. Tot ore di lavoro tot prodotto fatto…

Ma questo non vale quasi mai nel rapporto con la pubblica amministrazione.

Ero a Napoli, Castel dell’Ovo. Ci sono stato alcuni giorni, in questo incredibile posto da poco recuperato ad un uso pubblico. Passavo ogni giorno e ad ore diverse davanti agli uffici dove sostavano a prendersi il fresco gli uscieri addetti alla custodia del Castello. Un numero incredibile … minimo una decina che tutto il giorno stavano là a non fare esattamente niente. E non c’era verso di fargli fare nulla…. e questo sia per il turno di mattina che per quello di pomeriggio…Almeno venti persone il cui compito era solo quello di aprire e chiudere dei cancelli. Se andiamo in giro per l’Italia troviamo un mucchio di situazioni del genere…

Ricordo il dramma di una dirigente che si ritrovò in un ufficio con tre uscieri, abbandonati là da uno strano destino. Tre persone con alle spalle gravi situazioni familiari, tutte e tre invalide e con problemi relazionali incredibili.

Dal punto di vista produttivo la loro funzione era del tutto inutile. Gestire questa situazione era soltanto un onere affidato alla dirigente che doveva cercare far convivere situazioni pesanti che sfociarono, perfino, in denunce per abusi sessuali, poi rivelatesi del tutto false, ma che comportarono anche l’incriminazione della dirigente quale connivente con questa pesante situazione. Produttività?

Licenziarli? Secondo Ichino la cosa sarebbe risolta così. Licenziarli! Dei poveri handicappati, categorie protette…. Protette in tutti i sensi, perchè alle numerose segnalazioni fatte dalla dirigente seguirono altrettante interpellanze del consigliere tal dei tali che denunciava situazioni di mobbing e accanimento nei confronti di dipendenti svantaggiati.

Un punto di PIL, Presidente Montezemolo?

Sì, quando si parla di pubblica amministrazione si parla anche di questo, che non è un fatto marginale, ma incide pesantemente sulla produttività, l’assenteismo e il clima che si respira dentro la Pubblica amministrazione.

E’ difficile conoscere il numero dei dipendenti pubblici. Ancora più difficile è conoscere come sono ripartite le loro funzioni, come sono inquadrati sotto l’aspetto funzionale. Insomma che cavolo fanno questi dipendenti pubblici?

Conosciamo, per esempio, il numero complessivo degli uscieri o dei guardia-sala che fanno parte del pubblico impiego? E i bidelli? Bene, i bidelli sono 152.000 in tutta Italia ma basta andare in qualche museo, specie del sud Italia per trovarsi di fronte ad un numero spropositato di guardia sala che accompagnano rari turisti.

Inseguo il tentativo di entrare dentro le piante organiche delle pubbliche amministrazioni. Nemmeno il ministero della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione ci racconta quante persone lavorano al suo interno. Certo, la dirigenza viene messa in piazza: chi sono, quanto guadagnano, che cosa hanno fatto. Ma non sappiamo quante persone coordinano, quanti uscieri hanno al loro servizio, quanti tecnici, quanti impiegati amministrativi.. Ma anche i Comuni sono incredibilmente restii a farci conoscere come è inquadrato il personale e quale sono le loro specifiche mansioni.

Non ho nulla in contrario a conoscere quanto guadagna il dirigente e che esperienza lavorativa ha. Però questo mi pare incida poco rispetto alla capacità dell’Amministrazione di dare risposte concrete alla cittadinanza. Dietro questa facciata di trasparenza agisce uno spirito ricattatorio che pone la dirigenza sempre sotto scacco, mentre astutamente cela le magagne e le deficienze della pubblica amministrazione. L’esca è lanciata, seguitela e vi porterà lontano dal cuore del problema, vi gratificherà dandovi in pasto un succulento tema di dibattito e forse un capro espiatorio su cui potervi sfogare (il riferimento corre ai romanzi di Pennac dove il buon Maulassen era ben pagato per svolgere la funzione di capro espiatorio).

La riforma di Brunetta parte da qua. Ci tornerò in seguito.

Mentre non è facilmente acquisibile un dato aggregato che ci racconti come è composta la pubblica amministrazione individuando quanti dipendenti sono inquadrati complessivamente ai livelli dirigenziali, quanti come semplici operai,quanto come coadiutori, o autisti, o quadri e via dicendo e considerando quanti dipendono da una amministrazione anziché da un altra, succede che la cronaca si occupi talvolta di casi estremi.

Ci arrivano notizie di ordinaria follia, dove veniamo messi a conoscenza di storture, assurdità, privilegi che danno dell’Amministrazione una immagine distorta dove è sempre più difficile comprendere che cosa stia effettivamente succedendo e sicuramente questo non aiuta a comprendere una realtà che è molto complessa.

Personalmente non amo indugiare sugli aspetti che balzano agli onori della cronaca. Troppo spesso l’utilizzo dell’evento di cronaca legato alle disfunzioni della pubblica amministrazione invece che chiarire le questioni importanti e squarciare il velo della menzogna, cerca di alimentare una sorta di qualunquismo informe che serve a pretesto della giustificazione dell’inerzia. Responsabilità e competenze si perdono in un magma informe e si arriva al generico “è tutto un magna magna” che serve anche a dare un’ ottima giustificazione alla voglia di adeguarsi … alla fine lo fanno tutti… non partecipare al banchetto equivale ad un atteggiamento che “turba” la coesione del gruppo sociale e identifica chi persegue la strada della responsabilità e della competenza come un “nemico”, uno che turba l’armonia e che con il suo atteggiamento rappresenta una minaccia.

Fatti debiti distinguo, quello che si viene a creare è una sorta di effetto “serpico” anche quando al centro della questione non è la corruzione, ma più semplicemente l’incompetenza, la piaggeria e l’inefficienza dell’azione amministrativa, l’assenteismo, il burocratismo.

E’ emblematica, sotto questo aspetto, la situazione siciliana. Il rapporto tra pubblici dipendenti e popolazione è quello più alto in assoluto: un dipendente pubblico ogni 14 cittadini. In Lombardia il rapporto è di un dipendente pubblico ogni 23 cittadini mentre la media nazionale è di uno ogni 18 cittadini.

Complessivamente un quarto della popolazione occupata siciliana dipende da una pubblica amministrazione. Gli stipendi medi dei dipendenti pubblici siciliani sono superiori a quelli di tutti gli altri dipendenti pubblici d’Italia. Non per questo la migliore amministrazione di ritrova in Sicilia, anzi!

Dovendo ipotizzare una qualche modifica della situazione siciliana, in considerazione dello sperpero consumato ai danni dell’erario pubblico, dei cattivi servizi resi alla popolazione, della crisi economica che decurta pesantemente la disponibilità finanziaria degli enti locali e della PA, parrebbe del tutto logico e indispensabile che si imboccasse la strada del rigore. Tutt’altro.

Anche il governatore Lombardo, artefice di un rilancio autonomista della Sicilia, punta la sua politica sull’incremento dei dipendenti pubblici e sulla distribuzione di nuovi privilegi. Così in un colpo solo nomina 500 dirigenti ai Beni culturali della regione portando il numero complessivo dei dirigenti del settore a 770, numero di gran lunga superiore a quello di tutto il livello apicale dell’intera regione Lombardia. (Gian Antonio Stella – Corriere della Sera 26 aprile 2009). Ma d’altra parte il numero dei dipendenti dell’Assessorato ai Beni culturali della regione Sicilia è superiore al numero di tutti i dipendenti della regione Veneto.

Ecco, se ci si addentra per questa strada non si finisce più di stupirsi e di trovare motivo di ritenere il caso siciliano e tutti quelli particolarmente critici come un qualcosa di facilmente generalizzabile. Tutto il pubblico impiego viene letto sotto una luce disfattista alimentando giudizi particolarmente duri ma spesso anche molto generici e qualunquistici.

Gli episodi particolarmente negativi possono essere letti come fenomeni forse rappresentativi per eccesso di una realtà, ma molte volte possono possono essere delle vere distorsioni o delle eccezioni.

Il numero totale dei dipendenti pubblici in Italia rispetto alla popolazione è in linea con quello del resto d’Europa, stando almeno ad uno studio del OCSE/PUMA che attribuisce all’ Italia 54 dipendenti ogni mille abitanti. Numero esattamente uguale a quello attribuito alla Germania. Mentre la Francia ha il rapporto maggiore d’Europa con 79 dipendenti ogni mille cittadini. Stiamo parlando, ovviamente di grandi numeri che prendono in considerazione quanti dipendono da un rapporto lavorativo con un ente pubblico. E quindi magistrati, esercito, sanitari, e via dicendo.

La differenza sostanziale tra Germania ed Italia sta nel fatto che l’intera massa di dipendenti pubblici incide sul PIL nella misura rispettivamente del 7% e dell’11%.

In qualche modo la chiave del debito pubblico italiano è racchiusa in questo dato. Però su questo argomento si è fatta molta confusione e molto si gioca per nascondere la realtà dei fatti.

Già ho citato l’uscita di Montezemolo rispetto all’incidenza dell’ assenteismo pubblico sul PIL, Un dato che in realtà non è assolutamente preso in considerazione nel conteggio del prodotto interno lordo.

Tra Germania ed Italia, le due nazioni europee che hanno più sviluppato il settore manifatturiero, esiste anche un dato in comune che è appunto il rapporto tra pubblici dipendenti e popolazione. Ogni mille abitanti ci stanno 54 dipendenti pubblici.

Poi però scopriamo che la massa dei dipendenti pubblici costa in Germania il 7% del Pil, mentre in Italia costa ben l’11% del Pil.

Possiamo pensare che i dipendenti tedeschi siano molto meno pagati di quelli italiani. In realtà i valori salariali pro capite non sono significativamente diversi anche se il costo di un dipendente italiano è maggiore di quello tedesco.

In uno studio congiunto Unioncamere del Veneto e Regione Veneto edito nel marzo 2008 intitolato “spesa pubblica e federalismo” si mette a confronto il rapporto tra il numero del personale italiano e quello di Spagna e Germania. Ne viene fuori un quadro interessante anche se la ricerca è scientificamente inattendibile perchè vuole a tutti i costi dimostrare in modo acritico e preconcetto l’idea che uno stato centrale come l’Italia è sicuramente più costoso e meno efficiente di uno stato federale.

La ricerca in questione si rifà ai dati istat, che però non sono mai uguali a se stessi. Poco importa: se dobbiamo dimostrare di essere approssimativi e un tantino inefficienti non possiamo che confermarlo attraverso il nostro agire concreto.

Se la ricerca dell’ OCSE dice che Italia e Germania hanno lo stesso rapporto tra popolazione e dipendenti pubblici, pari appunto a 54 dipendenti ogni 1000 abitanti, la ricerca del veneto sposta questo rapporto a vantaggio dell’Italia. Secondo Unioncamere ci stanno 62 dipendenti pubblici in Italia.

Di questi 62 dipendenti il 56% è dipendente dell’amministrazione centrale mentre il 44% dipende dagli enti territoriali decentrati (regioni, province, comuni, camere commercio ecc..)

In Germania, secondo questo rapporto, i 54 dipendenti pubblici ogni mille abitanti dipendono solo per l’11% dalla amministrazione centrale, mentre gli altri 89% dipendono dalle amministrazioni periferiche.

Lasciamo perdere la “semplicità” con la quale la ricerca sembra dirci “vedete? Per essere efficienti bisogna essere decentrati!” e guardiamo al dato puro. Secondo tale ricerca l’amministrazione centrale tedesca funziona egregiamente con 500.000 dipendenti dall’apparato centrale mentre i dipendenti dai Laender (regioni) sono circa 2.000.000, e quelli dei comuni circa 1.250.000.

Va però segnalato che tali dati li deduco io con lo spannometro. Se infatti siamo sempre inattendibili quando mettiamo nero su bianco i dati che rigurdano l’Italia perchè non dovremmo essere coerenti quando si parla dell’ estero? Ed ecco che mi sento di dubitare di quei 500.000 mila dipendenti della apparato centrale, perchè in tale numero si deve comprendere anche l’esercito. Almeno, il dato dell’amministrazione centrale italiano comprende anche gli organi di polizia (carabinieri, polizia, finanza, forestale) e quelli dell’ esercito.

Forse in Germania i corpi di polizia sono decentrati. Ma sicuramente questo non può essere possibile per l’esercito. Se i dati riportati da Wikipedia sono esatti l’esercito tedesco è composto da 382.000 dipendenti di cui 120.000 civili.

Questo ridurrebbe i dipendenti dello Stato tedesco a solo 118.000 unità. Molto poche comunque per un nazione di 80 milioni di abitanti… Ovviamente dubito che i dati utilizzati siano omogenei tra loro e la ricerca di unioncamere sembra tristemente confermare che la conoscenza della pubblica amministrazione è molto aleatoria.

Sarà difficile risolvere un problema senza conoscerlo. O, cosa forse peggiore, continuando ad affrontare il problema in modo preconcetto e strumentale.

La sensazione, io la chiamo così, ma in realtà è una certezza, è che tutto ruoti attorno ad una grande magma di dati, ipotesi, tesi preconcette, analisi falsate, ipotesi extraterrestri o fantasiose, per nascondere quella che è l’essenza della pubblica amministrazione dove il principio non è tanto e solo quanto costa (circa l’11% del PIL ai dati del 2006) ma anche quando denaro passa attraverso la pubblica amministrazione.

Ed è denaro fatto di una quantità infinita di voci, sulle quali, inevitabilmente vanno a confluire interessi, attese, speranze. Gran parte di questi interessi sono del tutto legittimi. Tralasciando i casi nei quali la gestione dei fondi pubblici entra nel campo del codice penale,cioè prende la strada dell’illecito, resta il fatto che comunque essa viene esercitata con una sorta di potere personale da parte delle persone deputate, a vario titolo, alla sua amministrazione.

In un certo qual modo una possibile chiave di lettura di questo fenomeno la fornisce, in modo del tutto inconsapevole, lo stesso ministro Brunetta agli “esordi” del suo mandato ministeriale quando delinea un idea di “piano industriale” per la pubblica amministrazione.

 

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