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la riforma Brunetta – capitolo primo

Posted by vaiattila su 7 settembre 2010

per chi ha tempo da perdere, pubblico il primo capitolo di un mio libro (che non sarà mai pubblicato) sulla riforma Brunetta!

Fannulloni!

Doveva essere più o meno l’ottobre del 2006. Il governo Prodi era da poco entrato in carica e all’ordine del giorno c’era il tema delle “liberalizzazioni” proposte dal ministro Bersani. Tema interessante, ambizioso, strategico… poi finito in un ripiegamento scomposto e minimalista tra scioperi dei tassinari, proteste delle coorporazioni e degli ordini professionali, scontri all’interno della maggioranza e fiera opposizione di una destra autoproclamatasi “liberista” sì, ma con parsimonia.

Ministro della Funzione pubblica e dell’innovazione era Luigi Nicolais. Sarò stato anche distratto, ma della suo opera ministeriale non conservo memoria.

La Mondadori pubblicò un libro di Pietro Ichino dal titolo “i Nullafacenti.” Il sottotitolo spiega tutto “perchè e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione”.

Non sono più un dipendente pubblico da settembre 1997, ma per quanto cerchi di disinteressarmi alla questione, sotto sotto sono ancora emotivamente coinvolto…

Acquistai il libro: soldi buttati. Mi dispiace dirlo perchè Ichino merita rispetto per alcune sue scelte e perchè mi risulta essere una persona competente. Vedendo anche altre considerazioni fatte sulla PA ho trovato in lui competenza e sincera passione. Eppure mi chiedo il senso di quel libro, confezionato mettendo assieme una analisi sommaria e una serie di lettere inviate al Correre della Sera che testimoniano episodi di assenteismo da parte di pubblici dipendenti.

Partiamo da un dato di fatto: i nullafacenti nella pubblica amministrazione esistono eccome! Su questo non ci piove. Ma l’esistenza dei nullafacenti non è causa della disfunzione della pubblica amministrazione, quanto piuttosto ne è l’effetto.

Mi aspettavo, appunto, una analisi del fenomeno che prendesse in considerazione seriamente la questione e che individuasse le cause e indicasse i rimedi. Ma attribuire un rimedio ad una diagnosi malfatta purtroppo non ottiene risultati apprezzabili e anzi potrebbe perfino aggravare la malattia.

A fagiolo il succo del discorso e del grande abbaglio preso da Ichino lo troviamo a pagina 115 del suo libello. E’ una sezione che si chiama “le domande, le obiezioni e le risposte sulla questione dei licenziamenti” e vale la pena riportare interamente il testo:

A che cosa serve licenziare i nullafacenti, se chi li sostituirà può diventare nullafacente a sua volta? Sarebbe come pretendere di guarire il cancro limitandosi ad asportare le metastasi.

Il licenziamento del nullafacente non è la soluzione del problema dell’inefficienza della p.a. Esso però costituisce uno strumento di gestione cui non si può rinunciare del tutto, come si è fatto fin qui.

LA cura efficace consiste nell’innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi retributivi, a tutti i livelli, dovunque possibile; e per questo è necessario disporre di una valutazione affidabile dell’efficienza e produttività di ogni struttura e di chi vi è addetto. MA anche la possibilità che il nullafacente sia licenziato costituisce un incentivo importante, che deve essere introdotto per motivi di equità e di morale pubblica prima ancora che di efficienza. Certo, non si debella il cancro limitandosi a rimuovere le metastasi, ma fa parte della cura efficace anche rimuoverle”.

Trovo abbastanza fastidioso quest’ ultimo riferimento alle metastasi e al cancro. Ma ancora più fastidioso è entrare nel mondo della medicina, che non conosco io, ma nemmeno Ichino, sparando banalità o ovvietà… Perchè potremmo cadere nell’accanimento terapeutico o nel combinare veri disastri.: io da un medico che mi motiva un intervento con le parole di Ichino francamente non ci andrei perchè avrei immediatamente la sensazione che quel medico si è formato all’università del Bar Sport, fucina delle nostre eccellenze in materia di calcio, veline, riforme economiche e politiche.

In realtà tutto il discorso sui nullafacenti racconta episodi e casi eclatanti di assenteismo anche diffuso e dice : se potessimo licenziare questa gente, allora non risolveremo il problema della pubblica amministrazione, ma avremmo quantomeno uno strumento per “gestire” la funzione pubblica.

Dunque stiamo andando in cerca di uno strumento, un qualcosa che ci permetta di controllare il processo produttivo della pubblica amministrazione e questo lo facciamo senza aver individuato come e perchè si forma e prospera il sistema dei nullafacenti. Ichino la definisce la “più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione” eppure non sa dirci come si forma questo sistema e chi ne sia il responsabile. Tutto sembra dipendere e formarsi per un semplice moto di convenienza dove un piccolo dipendente pubblico, senza arte ne parte, decide motu proprio di non lavorare e questo piccolo dipendente è più forte di tutto… ministri, dirigenti, capi, sotto capi,capetti… se il dipendente decide di non lavorare, nulla e nessuno può toccarlo.

Questo assunto è semplicemente falso. E non sarà certo la possibilità di “licenziare” che cambierà la Pubblica Amministrazione.

Sono abbastanza convinto che la più grave ingiustizia della nostra pubblica amministrazione non risieda nella tolleranza verso i nullafacenti, ma in quella che è, di fatto, la mamma dei nullafacenti.

E mi spiego.

Nella mia esperienza di dipendente pubblico sono stato per due periodi diversi un nullafacente e lo sono stato, in entrambi i casi, a prescindere dalla mia volontà. Questo lo racconto non per dare una “giustificazione” a chi approfitta di tale situazione per fare i cavoli propri ( e ce ne sono parecchi) ma per far capire come sia articolato e complesso il problema.

Il mio rapporto di lavoro doveva durare un solo mese. Era il 1971. Poi, una serie di vicende fortuite (anche se a me allora parve una disgrazia) prorogarono il mese per altro mese.. e un altro ancora..E stavo là, in un ufficietto a mettere timbri e scrivere letterine di poche righe. Un lavoro letteralmente alienante, che però facevo velocemente e diligentemente per passare il tempo.. Una produttività incredibile per il settore al quale ero stato destinato. Avevo poi pochissimi contatti con gli altri colleghi… all’epoca le donne indossavano ancora lunghi grembiuloni neri, non c’era modo di “parlare” tra colleghi e il capo aveva l’alto riconoscimento di “cavaliere”. Davanti al “cavaliere” si doveva stare quasi sull’attenti, e questi non ti lesinava i rimproveri e i richiami se niente niente avevi i capelli troppo lunghi o non ti eri fatto la barba…Se si arrivava in ritardo al lavoro erano cavoli amari, Rimproveri, giustificativi, procedimenti disciplinari… poi richiamo, sanzione sospensione dal lavoro senza stipendio e infine licenziamento. Non ricordo di licenziamenti, ma io alla sospensione dal lavoro senza stipendio ci arrivai.. per fatti di altra natura che non starò qui a raccontare.

Sta di fatto che esisteva un sistema sanzionatorio.

Comunque dopo alcuni mesi di permanenza in quell’ufficio fui mandato a “dare una mano” in un altro settore amministrativo. Forse a causa dei miei studi fui ritenuto adatto a svolgere una mansione amministrativa un po’ più delicata. Sta di fatto che mi trovai in un ufficio lungo e stretto e con poca luce… pieno di cataste di pratiche e con un ometto che con molta gentilezza mi spiegò cosa dovevo fare…mi dette alcune traccie di verbali da compilare e se ne andò indicandomi l’ufficio dove avrei potuto trovarlo in caso di necessità…. mi disse anche che avrei dovuto fare almeno due verbali al giorno perchè bisognava mettere un po’ d’ordine in quel casino…

Io i due verbali li facevo in un ora o anche meno… così in meno di un mese avevo sistemato tutto questo arretrato (sorvolo sul contenuto dei verbali perchè, e me ne resi conto abbastanza presto, sostanzialmente il mio lavoro consisteva nel fare un falso in atti pubblici…) Meraviglia e stupore da parte del mio “capo” e poi… cosa dovevo fare? Beh, mi disse, fatti un giretto…

Ecco cominciò un periodo di alcuni mesi nei quali il mio lavoro consisteva nel farmi un giretto..

Certo, una volta capito come girava la faccenda cominciai a martirizzare un po’ tutti… Mi iscrissi alla CGIL e cominciai ad esprimere il mio dissenso nei confronti dell’ambiente.

Questo fu il mio primo periodo di nullafacente.

Molti anni dopo la mia posizione lavorativa era cambiata. Sopra di me avevo un dirigente mentre avevo il compito di “coordinare” tutti gli uffici sottostanti… insomma avevo un mucchio di lavoro e una tavola quotidianamente ingombra di pratiche di diversa natura. Il lavoro mi piaceva perchè mi metteva in contatto con problemi e progetti importanti. Conoscevo i responsabili di altri enti e partecipavo ad interminabili riunioni ai vertici dell’amministrazione dove mi resi conto di molte cose, non sempre e non del tutto positive (anzi!).

Colui che dirigeva il servizio era arrivato da poco tempo e non conosceva molto delle tematiche che trattavamo. Più volte mi dichiarò la sua fiducia e mi ostentava come il suo braccio destro (a me ‘sta cosa mi infastidiva ).

Un giorno mi disse: dobbiamo fare questo atto … Lo guardo e cerco di spiegargli che tale atto non spetta a noi ma anzi, è proprio l’Amministrazione che ci chiede l’atto la detentrice del potere di emetterlo…Cerca di giustificare tale richiesta, ma non c’è verso, le sue argomentazioni non fanno breccia nel mio cuore, Anzi, più parla e più mi convinco che qualcosa non quadri. Alla fine lui se ne esce con un “ti ordino di fare come dico… perchè questo me l’ha chiesto Tizio che è un mio amico e quindi tu fai quello che io dico. E’ Chiaro?

Al mio fermo diniego seguì un periodo incredibile. Per due anni non ricevetti più alcuna convocazione, alcuna lettera, non ebbi più alcun incarico e più nulla di nulla da fare. Le miei richieste di trasferimento ebbero sempre parere contrario da parte del dirigente e mi ritrovai escluso da ogni contesto lavorativo.

Costretto ad essere un nullafacente per la seconda volta nella mia vita lavorativa.

Va bene, accetto di pensare al mio come ad un caso estremo.

Ho incontrato nel mio percorso di pubblico dipendente un mucchio di nullafacenti. Un campionario molto articolato. Ho trovato chi era nullafacente per vocazione e si imboscava a fare la settimana enigmistica e chi faceva perfino un altro lavoro durante l’orario di servizio. Così c’era chi lo potevi trovare durante l’orario di lavoro nel proprio negozio di cancelleria o a vendere giornali nell’edicola intestata alla moglie. Ho conosciuto chi installava antenne e chi lavorava sia per la pubblica amministrazione sia per l’impresa che si era aggiudicata l’appalto… E così chi faceva la revisione prezzi era pagato sia dall’ Amministrazione che dall’ Impresa Poi ho anche conosciuto un quantità di nullafacenti che erano pagati per fare un lavoro “politico” ossia il datore di lavoro era il partito o il politico e chi pagava era l’amministrazione..

Ecco, già da questa descrizione sommaria, ci si può rendere conto di come sia complessa la situazione.

Beh, che sarà mai, licenziamo tutti questi soggetti e facciamo giustizia! Sì, posso anche pensare che chi afferma questo sia in buona fede, ma forse non ha capito il problema: ha fatto una diagnosi errata guardando esclusivamente la metastasi e senza preoccuparsi di individuare il tumore, la sua natura e la sua origine. Agisce solo sulla metastasi e si consola nel presupposto che tanto qualcosa bisogna pur fare..

Certo i nullafacenti sono una realtà della pubblica amministrazione. Ma dietro a questa realtà si nascondono colpe e responsabilità che non possono essere attribuite esclusivamente ai nullafacenti, se non altro per il livello di “tolleranza” di cui questi godono.

Quando ero un dipendente pubblico mi ero convinto,ed era una di quelle convinzioni profonde, solide e pertinaci, che i nullafacenti fossero tranquillamente funzionali alla macchina amministrativa. Certo, io stesso oggi non esito a dire che una tale posizione fosse eccessiva, sicuramente esasperata dalla coabitazione con questi soggetti, ma c’è un aspetto della vicenda che mi sembrava assolutamente incredibile allora e che oggi può servire ad intravedere chi genera, alimenta e tollera il grande esercito dei nullafacenti.

Ritorno per un attimo allo scritto di Pietro Ichino che ho citato sopra: “La cura efficace consiste nell’innervare l’intera amministrazione pubblica di un adeguato sistema di incentivi retributivi, a tutti i livelli, dovunque possibile; e per questo è necessario disporre di una valutazione affidabile dell’efficienza e produttività di ogni struttura e di chi vi è addetto.”

Sul tema degli incentivi tornerò più avanti. E’ un tema complesso e da sempre risolto nel modo peggiore. In alcuni periodi l’incentivo è stato ripartito a prescindere dai risultati, in altri periodi è stato fonte di lunghe ed estenuanti contrattazioni per trovare un metodo oggettivo per ripartire correttamente i premi.di produttività. Nonostante tutto i risultati mi hanno sempre lasciato sorpreso.

In modo sorprendente qualcuno, a prescindere dal fatto che fosse chiaramente un nullafacente si ritrovava comunque tra quelli che avevano diritto al massimo dei premi.

Il perchè di questo fenomeno sorprendente va ricercato in quello che io vedo come “la più grande ingiustizia della nostra amministrazione” che non è la tolleranza nei confronti dei nullafacenti, ma l’invadenza, a tutti i livelli, della politica.

Questa affermazione va ovviamente giustificata e capita in tutta la sua estensione perchè non sempre ci troviamo davanti a comportamenti conclamati o manifesti, ma più spesso a farla da padrone è il condizionamento che la parte politica fa all’interno dei rapporti amministrativi attraverso comportamenti perfino inconsapevoli e non voluti, ma comunque oggettivi o oggettivabili.

Nel mentre faccio questa affermazione mi rendo conto che potrei ingenerare ulteriori confusioni andando a spare nel mucchio delle idee qualunquiste di cui ci nutriamo quotidianamente e che hanno a che fare più con il mondo delle opinioni e delle emozioni che con quello delle analisi dei dati e dei comportamenti.

Quando Ichino parla di nullafacenti non fa un discorso scientifico e non ci dice praticamente nulla. Semplicemente agisce sulle nostre emozioni e ci fa intravedere un fenomeno senza dirci quanto questo fenomeno sia esteso e quanto danno esso oggettivamente provochi. Però emotivamente dice cose che sono facilmente condivisibili e che colpiscono la nostra fantasia in modo immediato. Non so quanto consapevolmente, ossia con quanta “furbizia” abbia agito, per esempio il ministro Brunetta nella sua grande lotta contro gli assenteisti della pubblica amministrazione, Quello che è certo è che in questa operazione emotiva ha avuto grande seguito. Al di là dei risultati concreti il gioco è stato abbastanza facile. Si è individuato un nemico, lo si è dipinto come brutto sporco e cattivo e per di più pieno di privilegi in un momento di grave crisi: stipendio sicuro, produttività bassissima, disinteresse totale per il proprio lavoro. Poi si è lavorato sui dati: effetti sorprendenti e immediati. Finalmente uno che non parla e basta, ma agisce e conclude quello che ha iniziato.

A fronte di questa campagna mediatica si è varata una “riforma della pubblica amministrazione” che ricalca esattamente lo schema tracciato da Pietro Ichino. Punto primo: lotta ai nullafacenti, punto secondo: introduzione di un sistema di incentivazione dei risultati.

Tutto molto lineare e semplice.

La cosa che mi ha sorpreso è che dietro questa analisi così semplificata si è schierato tutto il mondo politico in modo del tutto acritico. Si fosse avuto anche un piccolo sentore di una discussione attorno a questo grande tema della riforma della pubblica amministrazione, si fosse scoperta una “visione” contrapposta o differente sul tipo di amministrazione sui sui problemi e sulle sue soluzioni…. macchè, tutti pedissequamente allineati… colpire l’assenteismo, trovare forme di incentivazione corrette premiare i bravi punire i cattivi. Una lettura di una cosa complessa ridotta ad una conoscenza primaria: bello/brutto, caldo/freddo, buono/cattivo.

L’opposizione, stando alle cronache giornalistiche, dapprima concorda su tutto e si prospetta un provvedimento bipartisan.. poi, a fronte dei successi mediatici del Ministro Brunetta, del conseguente “fastidio” demagogico e del dissenso sindacale, anch’esso un tantino sottotono, fa sapere di essere un poco critica. Al punto che al momento del voto i deputati del partito democratico e di Italia dei Valori votano contro, ma hanno l’accortezza di presentarsi in numero molto ridotto alle votazioni, mentre al Senato il voto è unanime perchè l’opposizione non è presente in aula.

Ichino sul suo sito (www.pietro ) fa sapere che la riforma chiamata Brunetta in realtà è frutto anche del suo lavoro ed è stata di molto migliorata in Commissione Affari Costituzionali grazie al contributo del PD.

Non ho nulla da eccepire sul fatto che una buona legge, fatta nell’interesse del Paese, possa tranquillamente essere condivisa tra governo ed opposizione. Mi resta, però il dubbio che questa non sia una buona legge,

LA prima cosa che mi passa per la testa per definire una buona legge è l’obiettivo che questa persegue e come lo persegue. Questo implica inevitabilmente entrare nella logica che l’intero impianto legislativo affronta e capire se questo risponde a dei principi di funzionalità effettiva.

Se il problema è come far funzionare meglio la pubblica amministrazione è un conto, se il problema è quello di reprimere un fenomeno come l’assenteismo allora il problema è un altro.

Sì, ma può essere che reprimere l’assenteismo sia funzionale e comunque necessario anche per far funzionare meglio la pubblica amministrazione. Certo. Questo è quanto sostiene Ichino. Poi c’è la campagna mediatica e questo è lavoro da ministro.

Fatalità si è creato uno strano connubio bipartisan… si è parlato a lungo di nullafacenti e tutto si è mosso contro esclusivamente gli assenteisti come se solo loro fossero nullafacenti… si è preso la punta dell’iceberg senza dare uno sguardo al di sotto del pelo dell’acqua…

Un errore fatale a cui si pone rimedio, o così si pensa, legandolo esclusivamente al tema degli incentivi.

Nullafacenti, assenteisti e produttività

Ricordo un personaggio particolare: nome altisonante, indubbio fascino personale, una capacità di rendere interessanti e misteriosi i pettegolezzi cittadini, una forte propensione all’abbandonarsi alle tentazioni alcoliche.

Costui ( che per comodità chiameremo Gregorio) ha passato gran parte della propria vita di dipendente pubblico , almeno nei vent’anni nei quali sono stato suo collega, senza mai fare assolutamente nulla. Eppure mai un giorno di assenza , mai un giorno di ferie, mai un ritardo. Per colmo è stato un dipendente al quale era sempre concesso il massimo delle ore di straordinario.

Ricordo che negli anni 90 , e forse anche prima, lo straordinario era regimentato e il monte di ore retribuite era molto basso, ma negli anni settanta Gregorio portava a casa sistematicamente oltre le 90 ore di straordinario mensile.

Al di là della simpatia personale che questo tizio era in grado di riscuotere, mi sono sempre chiesto come questo palese assurdo comportamento fosse possibile.

Un caso isolato? Assolutamente no, anzi. La differenza è esclusivamente di tecnica comunicativa, o meglio, di marketing aziendale. Cioè Gregorio faceva come molti, ma a differenza di molti, non faceva assolutamente nulla per dissimulare la propria inattività lavorativa. Mi sbaglierò, ma in tutti gli anni che ho avuto modo di seguire da spettatore“le vicende professionali di Gregorio non ho mai saputo nemmeno “formalmente” quale incarico egli ricoprisse… Certo, Gregorio era militante di un partito allora vero ago della bilancia dei destini comunali, regionali e nazionali. Ma bastava solo questo?

Gregorio non era un assenteista. Era un nullafacente allo stato puro.

In questo era del tutto diverso dal nullafacente classico della pubblica amministrazione che di solito è una figura meno simpatica e più complessa di quella di Gregorio.

Intanto il vero nullafacente è presente ma è del tutto inaffidabile e ben intenzionato a mettersi in mostra… SE dai da fare un lavoro che nella tua testa ritieni possa essere affrontato ed eseguito in un ora puoi star sicuro che perderai molto più tempo a rispondere alle mille domande e ai mille problemi che dovrai risolvere per ottenere un qualsiasi risultato, che sarà comunque diverso da quello atteso e che arriverà a conclusione dopo una settimana. Esagero, forse, ma bisogna capire che nella Pubblica Amministrazione le attività in qualche modo standardizzate sono comunque minori rispetto a quelle che evidenziano degli elementi critici.

Se infatti vado a chiedere un certificato anagrafico, non ci sono particolari problemi. Siamo di fronte ad un operazione molto semplice e meccanica dove l’aspetto soggettivo non influenza il risultato. MA se solo la richiesta del cittadino riguarda una qualche autorizzazione dove entra appena appena un elemento di valutazione soggettiva allora la cosa si complica.

Gran parte degli uffici pubblici ha a che fare con una qualche valutazione di ordine soggettivo. Questo è il grande problema dove la capacità bizantina di distinguere, diversificare, concionare, prende il sopravvento. L’elemento soggettivo apre la porta all’inefficacia e inefficienza che sono i principi base (rovesciati) del funzionamento della Pubblica Amministrazione. Su questo problema tornerò, perchè è uno dei caposaldi per capire la complessità di una vera riforma del settore, In quest’area grigia, comunque, prospera il vero nullafacente.

LA maggior parte dei nullafacenti risulta particolarmente attivo nel sollevare problemi, non certo nel risolverli. Se tu dai l’incarico di istruire una pratica ad un vero nullafacente sarai costretto a subire un massacro di domande, problemi, interpretazioni, questioni che non serviranno a nulla se non a perdere tempo e ad impedire di lavorare a te e tutti quelli che ti circondano. Un vero nulla facente è un problema per l’intera struttura..

Più volte nella mia vita mi sono trovato a confrontarmi con la pubblica amministrazione su questioni anche banali riguardanti per esempio l’aspetto “sanitario” di un locale destinato alla trasformazione di alimenti. Nel mio caso si trattava, per esempio del semplice confezionamento di verdure all’interno di un capannone dove venivano messe in cassetta le verdure raccolte nel campo. Se questa operazione avviene all’aperto, nel campo stesso, non è necessaria alcuna autorizzazione ne alcun permesso sanitario, ma se il contadino si trasporta la verdura al coperto nel proprio annesso rustico destinato, appunto a alle attività di preparazione e immagazzinaggio delle verdure, allora deve ottenere l’autorizzazione sanitaria. LA prima volta che ho contestato alcune “usanze” imposte dal servizio sanitario della mia zona, alle mie obiezioni, fondate su precise norme di legge, mi è stato opposto un diniego argomentando che “quelle norme non sono ancora applicabili perchè manca il regolamento attuativo e quindi, ci troviamo di fronte ad una “vacatio legis”, Quando sento un pubblico ufficiale parlare di “vacatio legis” esco di senno, eppure è la risposta classica di un vero nullafacente. Mentre aspetto che esca il regolamento attuativo la regione approva un proprio atto che dice semplicemente visto che la norma europea è dettagliata noi ci rifacciamo puntualmente ad essa e non emetteremo alcun ulteriore regolamento. Ecco, torno alla carica e la mia richiesta mi viene sospesa perchè, mi si dice a voce, manca l’antibagno…spigo che l’annesso agricolo è a fianco della casa di residenza del coltivatore diretto, che questo lavora da solo con sua moglie… il documento che descrive tutto questo si chiama HCCP è dentro ci stanno tutte le risposte ai dubbi del mio interlocutore.

Dopo poco nuova convocazione: nel luogo di trasformazione deve esserci un lavello azionabile a pedale per consentire all’operatore di aprire l’acqua anche quando si trova con entrambe le mani sporche… e via dicendo Uno stillicidio di scemenze che viene ad aggravare pesantemente il procedimento e soprattutto impedisce ad un semplice cittadino di ottenere quello che gli spetta nei tempi e nelle forme corrette.

Sarà un caso limite, mi dico, ma poi ogni volta che ho occasione di confrontarmi con qualcuna anche di altre regioni mi ritrovo davanti esattamente agli stessi comportamenti.

Esagerato?

No, semplicemente mi sono imbattuto in quello che potremmo definire il vero “sapere” della pubblica amministrazione. Che è un “sistema” molto difficilmente scalfibile.

Se avessi ottenuto subito le mie autorizzazioni, in un processo liscio, tranquillo giusto, avrei inevitabilmente sminuito il lavoro del pubblico funzionario che trova non solo soddisfazione, ma anche una ragione professionale di essere nel creare problemi e intoppi. (lo so, questo non sarà facile dimostrarlo, ma ci proverò parlando di produttività della pubblica amministrazione)

nell’arte del fannullismo esistono veri e propri maestri che riescono ad assurgere ai vertici della Pubblica Amministrazione per la loro capacità di “gestire” e inventare soluzioni inutili o che diventano moltiplicatori di burocrazia ed inefficienza. Su tali figure, molto diffuse nella PA bisogna, però fare un distinguo. Alcuni di essi appartengono alla categoria dei grandi lavoratori, altri a quella dei fannulloni. Non è facile cogliere le differenze. Addentrarsi in questo lavoro scientifico di classificare le diverse tipologie non interessa particolarmente i. Va però compreso come sia articolata e diversificato non solo la macchina amministrativa, ma anche le diverse tipologie di chi ci lavora. Ridurre tutto ad una generica classificazione tra nullafacenti e “non solo fanulloni” come fa il ministri Brunetta, non consente di comprendere i meccanismi, ma soprattutto le responsabilità, che generano il grande problema della pubblica amministrazione.

La vera questione che dobbiamo tenere presente è che la pubblica amministrazione italiana non funziona per nulla e rappresenta un vero disastro per la nostra economia contribuendo al sistematico aggravio della spesa pubblica. Semplificare la questione della riforma della pubblica amministrazione ad una modifica del rapporto con i dipendenti, implicitamente ritenuti o consapevolmente additati, quali responsabili del dissesto statale. è confondere l’effetto con la causa. Per chi fa l’analisi delle criticità di un sistema fare un errore del genere crea una catena di dissesti che non arriverà mai ad individuare le origine dell’errore e anzi allontanerà progressivamente la possibilità di mettere mano alla macchina amministrativa.

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