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la grande depressione

L’effetto crisi sulla sinistra

Posted by vaiattila su 7 marzo 2009

Sul quotidiano “la Repubblica” di oggi 7 marzo 2009, a pagine 33 ci sta scritto un breve articolo di Anthony Giddens. Lo leggo e resto perplesso: chi è quest’uomo che dice cose così profonde che anche Bighi resta senza parole:

Su Wikipedia apprendo che Giddens è un economista sociologo ed è

Considerato uno dei più importanti ed eminenti critici della sociologia contemporanea, ha raggiunto la fama mondiale nel 1976 con la pubblicazione del libro Nuove regole del metodo sociologico. Chiaro l’intento, fin dal titolo che richiama ironicamente la celebre opera di Durkheim, di dare nuova linfa alla metodologia sociologica.

Giddens, oltre a rifiutare l’identificazione delle scienze sociali con quelle naturali, non risparmia critiche alle correnti strutturaliste e funzionaliste che hanno dominato le teorie degli ultimi decenni, nonostante riconosca Norbert Elias come uno dei suoi maestri.

Dal punto di vista della scienza politica, Giddens è l’ideatore principale della famosa “terza via”, che ha trovato nella politica di Tony Blair la sua prima attuazione pratica.”

Bighi, invece, è il cane delle mie figlie. Resta sempre senza parole, ma è sicuramente di sinistra.

Dunque Giddens sintetizza: la crisi è figlia del fallimento del mercato. Su questo la destra liberista diceva “lasciate fare al mercato!” mentre, secondo Giddens una presunta sinistra affermava che il mercato andava regolato e tenuto sotto controllo. Forse è stato così. Forse ma non dalle nostre parti perchè la nostra sinistra, o almeno la parte più conistente di essa, ha sostenuto il libero mercato in quanto sostanzialmente in grado di autoregolarsi da solo attraverso la concorrenza. (proprio come la destra).

Ma se l’alternativa al libero mercato è una sorta di direzione da parte della politica allora non riesco a non avere qualche dubbio. Facendo il caso italiano mi immagino un mercato controllato da una rissosa compaggine politica dove ad ogni piè sospinto si autoreverenziano ad insigni economisti nell’ordine: Bersani, Letta nipote, Rutelli ( non manca mai), Epifani, Visco, Spaventa… Ma questo, con qualche eccezione, citando le persone competenti. Poi avremmo anche un’altra serie di persone del tutto incopetenti ma portatrici di visioni politiche assolutamente essenziali per la nostra riuscita: D’Alema, Bertinotti, Rutelli (non manca mai), , Fassino e compagnia parlante.

In realtà della crisi la sinistra non sembra in grado di fare una analisi seria. Non ci vuole o non sa dire l’origine, ma soprattutto non ci sa dare una visione o una prospetiva su come uscire e su quale mondo dovremmo auspicarci dopo la crisi.

Avremo ancora un mondo dove si produrranno milioni di automobili da far intasare da qualche parte d’italia? avremo un mondo dove inceniteremo la costruzione di case per ogni dove, avremo un mondo dove i supermercati continueranno a concentrare il comemrcio e a strangolare la produzione, avremo ancora un mondo dove si dovrà coltivare con grano geneticamente modificato per permettere alle multinazionali di produrre da un lato fertilizzanti e dall’altro lato antiparassitari? avremo ancora un sistema finanziario che terrà letteralmente per le palle il mondo produttivo? se sì, vorrà dire che la sinistra non ha alcuna prospettiva futura e continueremo con questa melassa dove non vincono le idee ma semplicemente che sa fare meglio pubblicità. In caso contrario, ossia che questa sinistra non acccetti di tornare ad un mondo che ritiene  la crescita come presuttosto necessario (la crescita infinita in un mondo di risorse finite è una mera utopia sotto l’aspetto concettuale e una follia sotto l’aspetto pratico) allora dovrà necessariamente indicare quale mondo si auspica.

in tal caso  la sinistra ha il dovere prima di tutto di mettersi a strudiare e indicare quale sarà il futuro e ha il dovere di mettersi a disegnare i possibili scenarii indicando anche come sarà il “ridimensionamento” del mercato… ma tanto, ci penserà la storia…

Alla sinistra non resta che comprendere da che parte l'”astuzia della ragione” sta guardando.

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