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la grande depressione

Ponte Calatrava e la responsabilità

Posted by vaiattila su 25 settembre 2008

Ora che il ponte di Calatrava fa Venezia più bella e più forte che pria ci sarebbe da far sopire le polemiche.

Io il ponte l’ho visto. Bello! Esteticamente ha il suo fascino, ma nulla si toglie all’interrogativo ambletico dell’essere o non essere (tuby o no tuby). Un ponte, per quanto opera d’arte in sè, è portatore di uno scopo e proiezione di un fine. Lo scopo è farsi attraversare e il fine è quello di unire. SE unisce due rive già in qualche modo unite da un altro ponte non cè fine se l’attraversamento è reso arduo da trabochetti ed impedimenti allora, purtroppo, siamo di fronte ad un errore. Una cosa che non risponde all’esigenza per cui è nato.

MA tutto sembra diventare difficile per il fatto che più che parlare di utilizzo e scopo si parla di estetica e bellezza.

Il quarto ponte sul Canal grande serviva esclusivamente per uno scopo estetico: doveva nobilitare l’ingresso a Venezia. Se detto così allora va bene. Se lo scopo era solo ed eslusivamente estetico è tutto bene.

Ma se solo solo il ponte doveva servire anche ad essere utilizzato dalla gente, allora ci stanno alcuni problemi. E non mi rifersco solo a chi, con problemi di deambulazione si vede costretto a rinunciare all’attraversamento, ma anche agli utilizzatori normali che scivolano e si inciampano per effetto del gioco di trasparenza creato tra gli scalini di vetro e la struttura sottostante.

Sul ponte di Calatrava si cade. Chi riesce a passare, cade. Esagerato? beh, certo! ma solo un poco perchè non tutti cadono, ma molti sì. Molti rispetto alla situazione ordinaria di attraversamento di un ponte e quindi qualcosa non quaglia.

Poi che ci fanno i locali “ghebi”, ossia Vigili urbani, fissi ai piedi del ponte? aiutano i morti e i feriti a salire sulle ambulanze, li sorreggono e li confortano. Ma anche stanno là in funzione di ordine pubblico. Perchè? un gesto sconsiderato di un teppista, l’assalto di un iconosclasta, un demente che vuole passare un momento di notorietà, un garzone con un carretto del pane o della frutta… tutto questo si può tradurre in un danno incredibile. Una rottura di un pezzo di ponte, deventa un danno economico considerevole… tutti pezzi diversi uno dall’altro, fatti su misura, comunque fragili e soggetti a venire offesi dal tempo e dall’usura… Bella questa visione delle guardie del ponte. Ci si potrebbe creare sopra tutta una storia, una leggenda di quando i nostri serenissimi avi dovevano proteggersi dai barbari, dall’imperatore, dalle bolle papali, e le guardie ai ponti, figli di una elatta casta veneziana sacrificavano la giovinezza e financo la vita alla difesa dei ponti (?) e avevano pure privilegi e riconscimenti…

Si potrebbe anche creare una particolare divisa, tendenzialmente evocativa del passar del tempo, e perfino si potrebbero realizzare alcune garritte, lasciando alla fantasia del grande architetto di turno, la gioia di stupirci per l’ardimento del genio creativo.

Ma poi c’è anche chi si chiede perchè questa storia sia tutta così sbagliata. La gente che cade, i vigili che controllano l’ordine pubblico, ma devono anche stare attenti alle tensioni dell’acciaio di cui il ponte è fatto, l’inutilità dell’opera, i costi incredibili della stessa, la pessima gestione amministrativa dell’ appalto, il contenzioso con il costruttore, gli errori progettuali, il mancato rispetto delle norme sull’abattimento delle barriere architettoniche… Mamma mia, ma si poteva fare peggio? Certo che sì, margini di peggioramente ce ne sono sempre.

Tutto questo nella tranquilla vita di ogni giorno scorre senza lasciare traccia. Alla fine non c’è responsabilità, non c’è nessuno che paga. Ma per me non è questo il problema. LA cosa grave è che non c’è nessuno che migliora che impara dagli errori per fare qualcosa di meglio. No, dagli errori si impara solo per sbagiare di più, tanto quelli che hanno sbagliato questa volta sono i meglio pagati, i più stimati e i più professionali. Loro sono l’esempio da segire perchè sono i vincenti di oggi di ieri e di domani.

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